Il RePowerEu punta a triplicare la geotermia Ue al 2030, ma l’Italia è ferma da 9 anni

Cinque anni fa il Cnr di Pisa ospitava il convegno Geo200 per celebrare i primi due secoli di uso industriale della geotermia, nato proprio in Toscana nel 1818 e poi sviluppatosi a livello globale; oggi la comunità geotermica nazionale si è ritrovata nello stesso Auditorium, per provare stavolta a guardare avanti attraverso il workshop Innovazione e sostenibilità per la geotermia del futuro.

 

Organizzato dall’Unione geotermica italiana (Ugi) in collaborazione col Tavolo tecnico geotermia – e col patrocinio di Iga, Egec, Cnr, Airu, Piattaforma geotermia e Cng –, il workshop ha fotografato una perdurante situazione di stallo per lo sviluppo di questa fonte rinnovabile a livello nazionale, mentre il resto d’Europa e del mondo continua a correre.

 

Com’è stato evidenziato dal vicepresidente Egec nel corso del suo intervento, l’iniziativa RePowerEu, messa in campo dall’Ue per incrementare la sicurezza energetica puntando sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, si è data un obiettivo ambizioso: triplicare la potenza geotermica installata in Ue al 2030. Una tabella di marcia dove la Toscana e l’Italia intera si presentano in tremendo ritardo, nonostante potenzialità enormi in termini di maggiore sostenibilità ambientale e socioeconomica.

 

A differenza delle fonti rinnovabili intermittenti (come il fotovoltaico, che peraltro occupa 18,5 volte più suolo a parità di energia prodotta), la geotermia garantisce continuità di produzione, stabilità e programmabilità, che la rendono il candidato perfetto per contribuire a sostituire una fonte fossile come il gas naturale. Già oggi, ogni anno le centrali geotermiche toscane permettono di evitare l’uso di 1,4 mln di tonnellate equivalenti di petrolio e l’emissione di 4,1 mln ton di CO2.

 

Tanto, poco? Basti osservare che le risorse geotermiche teoricamente accessibili entro i 5 km di profondità potrebbero soddisfare il quintuplo dell’intero fabbisogno energetico nazionale, mentre ad oggi arriva dalla geotermia il 2,1% della produzione nazionale di elettricità e l’1,35% del consumo di calore da fonti rinnovabili. In tutto il Paese sono operative solo 34 centrali geotermoelettriche, tutte concentrate in Toscana: l’ultimo impianto entrato in esercizio (Bagnore 4) risale a 9 anni fa.

 

Uno stallo che non è legato a limiti di carattere tecnologico, ma normativi, comunicativi e soprattutto politici. Una dimostrazione plastica è arrivata proprio dal workshop odierno: nonostante il prestigioso consesso né la Regione Toscana né il ministero dell’Ambiente, invitati per dire la loro, hanno ritenuto utile partecipare. Due sindaci, rispettivamente di Piancastagnaio ed Abbadia San Salvatore, gli unici esponenti politici intervenuti.

 

Nel frattempo il comparto aspetta da 4 anni i nuovi incentivi nazionali a sostegno della produzione di elettricità da geotermia (dal ministero dell’Ambiente filtra che l’ormai famigerato decreto Fer 2 sarà pubblicato entro Pasqua, riporta il presidente Ugi), mentre ancora non è noto se per le concessioni minerarie su cui si basa la coltivazione della geotermia toscana – in scadenza a fine 2024 – si procederà alla proroga come richiesto dai territori interessati, o meno.

 

Provando a guardare al bicchiere mezzo pieno, dal workshop odierno è emersa con forza la compattezza raggiunta da parte degli attori industriali e della ricerca scientifica operanti nel mondo della geotermia, anche grazie al grande lavoro di raccordo messo in campo dall’Ugi. Al momento difetta l’interlocutore politico, ma le proposte per sostenere lo sviluppo della geotermia sono già chiare.

 

Oltre agli annosi nodi da sciogliere del Fer 2 e delle concessioni geotermiche, tutti i soggetti intervenuti al Cnr di Pisa hanno sottolineato la necessità di traguardare un quadro normativo stabile, snellire l’iter di permitting per autorizzare nuove centrali (le tempistiche attuali, peraltro quasi mai rispettate, sono stimate in 35 mesi col coinvolgimento di 20 enti diversi), istituire forme di mitigazione del rischio minerario (come già accade ovunque nel mondo dalla Francia all’Islanda, tramite appositi fondi nazionali, fino al Kenya dove il rischio legato alla ricerca dei fluidi geotermici è interamente a carico dello Stato), promuovere un Piano nazionale di azione sulla geotermia (come stanno facendo Francia, Germania, Polonia e Irlanda, solo per restare in Ue), investire in una migliore e maggiore comunicazione in geotermia.

 

Grazie alla pressione dell’Ue, non mancano le occasioni per dare una rotta politica su questi temi a stretto giro di posta: entro giugno l’Italia – come gli altri Stati membri – è chiamata ad aggiornare il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) e il National renewable energy action plan (Nreap), per i quali l’Ugi ha già inviato alcune proposte al ministro Pichetto, in merito alle quale attende di essere riconvocata per approfondimenti.

 

Per quanto riguarda invece la comunicazione, nonostante i miglioramenti intercorsi negli ultimi anni tra la cittadinanza nella percezione della geotermia, tutti gli interventi odierni hanno sottolineato come sia necessario fare di più: occorre coinvolgere maggiormente la cittadinanza, comunicando meglio opportunità e limiti della geotermia, che invece resta per ora la cenerentola delle rinnovabili, e proprio nel Paese che l’ha vista nascere.

 

Per dirla con le parole di Adele Manzella, primo ricercatore dell’Igg-Cnr, «mentre il cittadino islandese conosce perfettamente la geotermia, dato che il Paese si riscalda ogni giorno grazie a questa fonte rinnovabile (la geotermia soddisfa il 65% circa della domanda di energia primaria nazionale, ndr), in Italia la si conosce ancora poco e l’ignoto come sappiamo fa paura. La comunicazione, a partire dalla buona informazione, va garantita e rafforzata, in uno sforzo condiviso tra vari stakeholder».

 

di Luca Aterini

 

Fonte: Greenreport