"Dateci la vostra plastica la metteremo nei motori"

Da una parte un derivato dal petrolio, la plastica, che è sempre più diffuso: nell’ultimo mezzo secolo l’uso è aumentato di 20 volte, ne consumiamo ogni anno l’equivalente di 900 Empire State Building. Dall’altra una fame di energia crescente che deve convivere con la necessità di utilizzare meno combustibili fossili per abbattere drasticamente le emissioni di gas serra che stanno facendo saltare l’equilibrio climatico. Due problemi. E’ possibile sommarli ottenendo una soluzione?

«E’ il nostro obiettivo», risponde Luca Dal Fabbro, amministratore delegato di Grt Group, una società svizzera specializzata in energie rinnovabili, e vicepresidente del Circular Economy Network, l’osservatorio sull’economia circolare creato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e da 13 aziende. «Il prossimo anno costruiremo in Italia impianti poco ingombranti, sono grandi come un campo da tennis, e a zero emissioni dirette perché utilizzano la pirolisi. In questi impianti entreranno le bottiglie e i sacchetti di cui cerchiamo disperatamente di disfarci e uscirà carburante: 900 litri di combustibile simile al cherosene e al diesel per ogni tonnellata di plastica».

 

La pirolisi è un processo che determina la rottura delle catene molecolari che rendono la plastica rigida. Il tutto in assenza di ossigeno, cioè senza combustione e ossidazione e dunque senza emissioni. E’ dagli anni Settanta che s’insegue il sogno di trasformare la plastica in combustibile. Ma solo recentemente c’è stato il salto tecnologico necessario. Attualmente in Europa, Stati Uniti, America Latina e Asia una decina di aziende sta studiando la pirolisi con impianti dimostrativi o commerciali: quelli che si apriranno nel 2019 saranno i primi a livello industriale in Italia. Funzionerà? Secondo le previsioni di Grt i conti tornano: ogni impianto sarà in grado di fornire combustibile al costo di 25 dollari al barile equivalente, meno della metà del prezzo del barile di petrolio. Ma mentre il petrolio, una volta estratto, deve essere trasportato e raffinato, aggiungendo costi economici e ambientali, la plastica viene prelevata in un raggio di poco più di un centinaio di chilometri dall’impianto: in questo modo si abbatte il 70 per cento del totale delle emissioni di CO2 necessarie alla produzione di energia. Inoltre i pannelli solari che copriranno la struttura migliorano ulteriormente le perfomance energetiche.

 

«Ogni impianto di questo tipo consente di mettere al sicuro, evitando che finisca nel Mediterraneo, l’equivalente di un camion pieno di plastica al giorno», aggiunge Dal Fabbro. «Con quattro impianti da 5 mila tonnellate si eviterebbero le emissioni di CO2 prodotte da 6 mila persone residenti in Italia. E si potrebbe fare a meno di una discarica grande 28 ettari, cioè 40 campi da calcio. Calcolando che nel nostro Paese si raccolgono facilmente circa 150 mila tonnellate di plastica l’anno, si potrebbe realizzare rapidamente un centinaio di impianti di questo tipo». Certo in questa nuova filiera industriale non sarà la materia prima a mancare. Secondo il rapporto The New Plastics Economy della MacArthur Foundation, il 32 per cento del packaging in plastica (contenitori, bottiglie, vaschette, pellicole) finisce disperso nell'ambiente, il 14 per cento viene bruciato negli impianti di incenerimento con termovalorizzazione e il 40 per cento va in discarica. Solo il 14 per cento viene recuperato e appena l’8 per cento è davvero riciclato. Se si creasse un numero consistente di impianti basati sul recupero della plastica si potrebbero ottenere tre vantaggi. Primo: si evita una quota di importazione di petrolio dal Medio Oriente. Secondo: si riduce l’inquinamento prodotto dalla plastica (contaminazione marina, occupazione di territorio per le discariche, emissioni da incenerimento). Terzo: si rilancerebbe l’occupazione attraverso un’economia circolare legata al territorio e a basso impatto ambientale.

 

di Antonio Cianciullo

 

FONTE: http://www.repubblica.it/ambiente/2018/07/13/news/_dateci_la_vostra_benzina_la_metteremo_nei_motori_-201615427/

Le magliette rosse dell’Italia che resiste e dell’ecologia umana

A leggere le reazioni inferocite sui social network, le strampalate accuse di pensare solo ai migranti e non ai poveri italiani, ai terremotati, alle donne assassinate, ai disoccupati e addirittura ai bimbi prigionieri nella grotta in Thailandia…. sembra proprio che il semplice atto di indossare una maglietta rossa contro le morti nel Mar Mediterraneo abbia dato davvero molta noia a parecchi e centrato il suo obiettivo: far vedere che esiste ancora un’Italia solidale che non si è scordata da una parte i valori del cristianesimo, ai quali molti – troppi – – si richiamano negandoli alla radice, e l’internazionalismo proletario – proletari di tutto il mondo unitevi – messo in discussione da una “sinistra” rosso-bruna che dai Paesi dell’est Europa tracima in occidente e fa capolino anche in Italia, sulle ali di un sovranismo nazionalista che ha portato al potere movimenti neofascisti e clericali in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e altri Paesi ex sovietici che conculcano la libertà di stampa e di espressione, i diritti delle donne e delle minoranze  e propongono di mettere al bando i partiti di sinistra considerati eredi del comunismo sovietico.

 

Non a caso, tra chi è stata pesantemente offesa c’è anche la parlamentare di Liberi e uguali Rossella Muroni che sulla sua pagina Facebook scrive: «Oggi via twitter un uomo (?) che non conosco mi ha augurato di essere stuprata. Lo ha fatto perché indossavo una maglietta rossa e cercavo di diffondere un messaggio di pietà umana. Ho pensato che quest’uomo (?) potrei incontrarlo per caso, magari alla posta. Sono sicura che se anche mi vedesse con la stessa maglietta rossa non avrebbe coraggio di guardarmi negli occhi e dirmi in faccia la stessa cosa. Quest’uomo (?) è un vigliacco, un codardo, intimamente cattivo. Mi rifiuto di rispondere alla violenza con la violenza ma vorrei anche dire che non ho paura. Che non avrò paura. Di fronte agli insulti e alle minacce dobbiamo tenere la schiena dritta, il cuore aperto e la mente lucida. Non ci ridurranno al loro infimo livello. Non ci avrete mai».

 

Ma, come annuncia con soddisfazione Libera, «Un paese intero si è colorato di magliette rosse rispondendo all’iniziativa una #magliettarossa per “fermare l’emorragia di umanita’” lanciata da Luigi Ciotti di Libera e Gruppo Abele, dai presidenti di Arci, Legambiente, Anpi e dal giornalista Francesco Viviano, che invitava tutti a indossare sabato 7 luglio una maglietta rossa per ricordare i tanti bambini migranti morti in mare e, in generale, di chi ha perso la vita nelle traversate. Magliette rosse nelle piazze, sui monti, in barca, sulle spiagge. Su Facebook e via Twitter. Indosso a scrittori, gente di spettacolo, ma soprattutto a tanti, tanti cittadini. Di ogni età ed etnia. Nuove o stinte, riciclate da manifestazioni sportive, circoli, scuole. Magliette rosse – come quelle dei piccoli profughi morti in mare – sono spuntate a quota 2000 sul rifugio Gran Paradiso, a Lampedusa, nei campi di formazione sui beni confiscati di Libera, sulla Goletta Verde di Legambiente in Campania. Foto anche dai campi del Sudan alla Tour Eiffel . In tantissimi hanno aderito e risposto all’ all’iniziativa, L’hashtag della giornata e’ tra i primi della classifica di Twitter. Illuminati di rosso il colonnato di Piazza del Plebiscito ed il Maschio Angioino a Napoli, in rosso anche sul rifugio del Gran Paradiso. Manifestazione anche a Torino, in via Garibaldi. A Palermo magliette rosse alla conferenza stampa di presentazione del 394° Festino di Santa Rosalia, patrona di Palermo. In rosso Fiorella Mannoia, Vasco Rossi, Roberto Saviano, Carlo Lucarelli, Alessandro Bergonzoni, Alessandro Gasmann, Vanessa Incontrada, Rosy Bindi. Ma migliaia le adesioni di tantissimi cittadini, di associazioni, circoli, parrocchie che hanno postando fin dalle prime ore del mattino le loro magliette rosse e un no all’indifferenza. E ancora il cantante siciliano Giovanni Caccamo, avvertito nei giorni scorsi dalla moglie di Pavarotti, Nicoletta Mantovani, e il leader dei Tinturia, Lello Analfino, lo storico gruppo dei Modena City Ramblers». E naturalmente i personaggi pubblici sono stati subito accusati di essere “comunisti con il rolex”, “radical chic”, “buonisti di merda” (evidentemente da opporre ai cattivisti senza macchia perché espressione del “popolo incazzato”), il tutto condito all’impressionante sequela di banalità, semplificazione e frasi fatte che hanno intossicato la politica italiana, trasformandola in un’arena di notizie false, brandite come clave contundenti di una realtà virtuale estranea, ormai aliena e refrattaria, ai dati, ai fatti, alla sofferenza e alla pietà umana di un Paese che si dichiara al 90% cattolico e che quindi crede nella redenzione dell’umanità intera portata da un profugo ebreo-palestinese crocifisso dai colonialisti romani perchè stava dalla parte dei poveri, degli ultimi, degli affamati, degli assetati e di chi fuggiva dalle ingiustizie.

 

E allora, quel che è successo in Italia – spontaneamente e in tante piccole dimostrazioni di gruppo o personali – e che ha sollevato l’incredula stizza di chi si era autoproclamato interprete unico di tutti gli italiani dopo aver predicato per 30 anni il secessionismo anti-Italiano e anti-meridionale, è un piccolo miracolo di civiltà e lo sa bene il presidente di Legambiente che in un messaggio inviato a circoli e regionali del Cigno Verde  scrive: «La mobilitazione delle “magliette rosse” di sabato scorso promossa da Libera, Legambiente, Arci e Anpi è stata a dir poco commovente. Tante piazze, in tutta Italia, piene di persone che hanno voluto esprimere tutto la loro indignazione contro le politiche disumane del governo italiano sui migranti, che fanno il paio con gli errori dei governi precedenti su questo tema. La nostra associazione c’è stata, con grande passione e vitalità, e ha animato tante piazze (ne abbiamo contate almeno 50) insieme alle altre associazioni. E di questo vi ringraziamo davvero di cuore».

 

Ciafani è convinto che «Ora è il momento per il Paese di passare dall’indignazione all’azione. La nostra Goletta Verde sta facendo il suo viaggio di tappa in tappa con lo striscione “Aprire i porti alla solidarietà”. Stiamo organizzando per fine settembre con le associazioni che si occupano di migranti e con le famiglie arcobaleno un edizione straordinaria di “Puliamo il mondo dai pregiudizi”. Stiamo costruendo la nostra partecipazione alla marcia Perugia – Assisi sul tema delle guerre causate dalle politiche di accaparramento delle materie prime e di quelle energetiche da parte dei paesi industrializzati, che alimentano le persecuzioni, le violazioni dei diritti umani, i cambiamenti climatici e le inevitabili migrazioni. Stiamo raccogliendo le firme per la ICE (iniziativa dei cittadini europei) “Welcoming Europe” perché pensiamo che salvare vite non può essere mai considerato un reato».

 

Il presidente di Legambiente conclude: «C’è chi parla alla pancia dei cittadini, noi puntiamo al cervello e al cuore. Sarà un lungo cammino, per niente facile e pieno di ostacoli, ma essendo abituati a fare le maratone per la giustizia e la solidarietà, siamo sicuri che alla fine prevarranno le ragioni dell’ecologia umana. Noi ci saremo e daremo il nostro contributo. Come e più di prima».

 

All’appelo di Legambiente risponde subito il Francesco Luongo, presidente del Movimento Difesa del Cittadino  che annuncia che la sua associazione «parteciperà e condividerà  tutte le iniziative che hai annunciato».

 

Don Luigi Ciotti commenta: «Rosso significa sosta. In questo caso il rosso delle magliette ha significato riflessione, desiderio di guardarci dentro, di porre fine a questa perdita di umanità. Ma anche di progettare e organizzare il dissenso, tradurlo in fatti concreti. Non basta indignarsi, bisogna trasformare l’indignazione in sentimento e il sentimento in impegno e responsabilità. Altrimenti tutto si gioca sul filo incerto delle emozioni. Abbiamo due strade per crescere: le relazioni e la conoscenza».

 

La presidente dell’Anpi, Carla Nespolo, conclude: «Fatemelo dire, sono proprio felice. Il cuore democratico e umanitario dell’Italia è forte e non ha smesso di battere. Ne sono sempre stata convinta ed oggi ho avuto una rossa e splendida conferma. Ora però non disperdiamoci. I diritti, la Costituzione hanno bisogno di noi».

 

di Umberto Mazzantini

 

FONTE: http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/le-magliette-rosse-dellitalia-che-resiste-e-dellecologia-umana/

Cosa sta accadendo all’energia italiana nel 2018?

L’Enea ha pubblicato oggi la prima Analisi trimestrale del sistema energetico italiano del 2018. Il documento esamina i fattori che caratterizzano il quadro nazionale per valutare le tendenze relative al “trilemma energetico”, ossia decarbonizzazione, sicurezza e costo dell’energia. Quello che il lavoro Enea ci restituisce è un quadro in cambiamento, ma non in senso positivo. L’indice ISPRED, misura delle tre dimensioni del trilemma, è in calo del 7 per cento, a causa principalmente del peggioramento della componente decarbonizzazione. Cosa sta succedendo dunque all’energia italiana 2018? Secondo i dati registrati nel primo trimestre, i consumi finali di energia sono aumentati del 3 per cento rispetto allo stesso periodo 2017, sotto il traino del settore civile.

 

A livello di fonti energetiche, le rinnovabili sono tornate a crescere di un più 2 per cento grazie alla ripresa dell’idroelettrico (più 11 per cento) così come il contributo del gas naturale (più 1 per cento) a causa di un inverno meno mite del precedente, mentre si è ridotto  nuovamente il ricorso ai combustibili solidi (meno 5 per cento). In questo contesto, “le emissioni di CO2 sono sostanzialmente invariate rispetto allo stesso periodo 2017, nonostante la crescita significativa dei consumi energetici”, sottolinea Francesco Gracceva, l’esperto ENEA che ha coordinato l’Analisi. Cosa sta influendo allora in maniera negativa sulla decarbonizzazione? Come spiega Gracceva “questa stagnazione delle emissioni consolida un trend sempre meno in linea con gli obiettivi di lungo periodo. Infatti, a una significativa diminuzione delle emissioni nella generazione elettrica negli ultimi due trimestri corrisponde un aumento delle emissioni nel civile e nell’industria e a un dato invariato nei trasporti”.

 

Anche per le fonti rinnovabili il quadro generale è pressoché immobile “Sembra consolidarsi una traiettoria sostanzialmente stazionaria, non in linea con gli obiettivi di crescita della quota di FER sui consumi finali di energia entro il 2030”, aggiunge l’esperto Enea. Stabile la componente ISPRED dei prezzi (+1%) così come invariata (rispetto al primo trimestre 2017) appare quella relativa alla sicurezza energetica. “Restano comunque insolute alcune delle criticità dovute alla transizione energetica, sia per il rischio di eccesso di produzione da fonti intermittenti nel sud e nelle isole maggiori nel corso dell’estate sia per un nuovo calo della redditività degli impianti a gas naturale, sintetizzata dall’indicatore spark spread tornato significativamente al di sotto dei 10€/MWh”.

 

FONTE: http://www.rinnovabili.it/energia/cosa-sta-accadendo-allenergia-italiana-nel-2018/

Aziende USA sempre più green, nonostante Trump

Se pensate che gli USA governati da Donald Trump abbiano preso una strada in direzione opposta alla lotta ai cambiamenti climatici, vi sbagliate. Nonostante il supporto al carbone e ai combustibili fossili, l’abbandono dei trattati per il clima e il molto rumore ogni volta che se ne presenta l’occasione, quello eco-sostenibile è anche in America uno dei business più vitali, il mondo corporate ci investe e la politica non lo intralcia. Lo sa bene Enel Green Power, maggior produttore di rinnovabili al mondo che, con 4.3 GW nel solo Nord America, genera quattro volte l’energia necessaria allo stato del Massachusetts, quasi sette milioni di abitanti. E ha in quello statunitense uno dei suoi mercati più importanti.  

 

Sono infatti numerose le maggiori compagnie d’Oltreoceano che, sia per motivi di necessità che di immagine, si stanno convertendo al green. Se ne è parlato presso l’università di Harvard, nei pressi di Boston, durante l’ultimo #EnelFocusOn, talk globale giunto alla sua decima edizione proprio nel prestigioso ateneo americano. Il tema: “How corporate America is going green”; gli ospiti: personaggi di spicco nel mondo aziendale statunitense, ma anche nella lotta al cambiamento climatico.  

 

Come Amy Davidsen, Direttore Esecutivo della ONG The Climate Group-North America e keynote speaker dell’evento, per cui l’unica strada è quella di unire le grosse corporation, le ONG, le utility e i governi per realizzare insieme un cambio di paradigma nelle politiche e nei mercati. Il tutto, ovviamente, attraverso l’innovazione tecnologica, e indipendentemente da ciò che viene detto dal presidente americano quando si parla di climate change. “Anche se l’amministrazione USA volta le spalle alla green economy e si focalizza sulla promozione dei combustibili fossili, non è in grado di contrastare lo sviluppo della prima”, spiega a La Stampa Tuttogreen il Direttore del Climate Group: “Quello che vediamo è che le aziende stanno comunque procedendo verso una maggiore sostenibilità e innovazione”. Attraverso una massiccia adozione delle rinnovabili come fonte di energia, appunto, ma parallelamente anche la progressiva elettrificazione delle proprie flotte di mezzi. “L’amministrazione USA al momento sta abbassando gli standard di efficienza nei consumi di carburante, e questo è un problema – puntualizza l’esperta americana – Ma su base volontaria molte compagnie stanno decidendo di convertirsi all’e-mobility e altre soluzioni sostenibili a livello di mobilità. Il che è importantissimo, visto che le emissioni legate al settore dei trasporti sono in crescita e creano enormi problemi a livello di inquinamento e di danni alla salute”.  

 

Ma al di là di inquinamento e salute, negli Stati Uniti il mondo corporate si fa sempre più verde per un semplice motivo: è molto redditizio. Ne è convinta Angie Slaughter, Vicepresidente del settore sostenibilità di Anheuser-Busch-North America, maxi produttore di birra che lo scorso settembre ha a sua volta annunciato un accordo con Enel Green Power per l’acquisto di oltre 152 MW di energia pulita, la metà del consumo annuale dell’azienda (per produrre 20 miliardi di bottiglie l’anno). Un bel cambiamento, se si pensa che solo nel 2017 il 98% dell’energia usata da Anheuser-Busch proveniva da fonti fossili. “Per noi la conversione alle rinnovabili presenta solo vantaggi”, afferma Slaughter: “A partire dal prezzo, ormai al pari o minore di quello delle energie tradizionali. Ma anche per motivi di immagine, visto che la maggioranza della popolazione, e soprattutto i millennial, ha molto a cuore questi temi e vuole investire solo in aziende sostenibili”.  

 

Della stessa opinione Peter Freed, Energy Strategy Manager di Facebook, altro colosso americano (nato proprio nelle aule di Harvard) che già dal 2011 punta al 100% di energia rinnovabile per i suoi consumi energetici entro pochi anni. Primo obiettivo in questo senso, per l’azienda di Menlo Park, raggiungere entro la fine del 2018 il 50% di energia da fonti rinnovabili per i suoi Data Center. Al momento sono 8, cinque negli USA e gli altri collocati in Irlanda, Svezia e Danimarca. Il prossimo, quello di Papillion, verrà costruito in prossimità del parco eolico di Enel Green Power a Rattlesnake Creek, in Nebraska, proprio per essere completamente “carbon neutral”. Solo da questo impianto Enel, con cui Facebook collabora ormai da qualche anno, la compagnia di Mark Zuckerberg acquisterà 320 MW di energia. “Siamo molto lieti dei progressi e molto orgogliosi del lavoro che abbiamo fatto. Del resto, siamo un’azienda globale, e vogliamo trovare soluzioni per quello che è un problema globale”, spiega Freed: “Finché non saremo al 100% di energia da fonti rinnovabili, una delle nostre priorità è di reimmettere nella rete energie rinnovabili per compensare ciò che ancora consumiamo da fonti tradizionali.” 

 

“Make America green again!”: si può riassumere con questo slogan quanto sta succedendo negli USA. “La percezione da fuori gli Stati Uniti è che l’amministrazione Trump sia in qualche modo contro il movimento per combattere il climate change. Una percezione che si ha in tutto il mondo sottolineata anche dal ritiro degli USA dagli accordi sul clima di Parigi”, spiega Ryan O’Keeffee, Responsabile della Comunicazione di Enel Group: “Quello che però noi vediamo sul campo è un supporto molto forte, soprattutto da parte dei singoli Stati con i rispettivi governatori e regolatori.”  

 

E se negli USA la situazione si fa sempre più green, anche in Italia l’impegno di Enel per una progressiva decarbonizzazione è a buon punto. Soprattutto se si parla di abbandono del carbone, fonte di energia, ha ricordato O’Keeffee durante lo stesso FocusOn americano, che non ha più senso né a livello ambientale, né finanziario. “Con il progetto Futur-e stiamo chiudendo solo in Italia 23 impianti a carbone che hanno una capacità complessiva di 13mila megawatt”, sottolinea O’Keeffee: “È la capacità del Belgio, che abbiamo tolto dal sistema energetico e stiamo convertendo in altre attività”. 

 

“Let’s make Italy green again!”, allora. Se lo può fare l’America di Donald Trump, di sicuro si può fare anche da noi. Tenendo presente un punto fondamentale, forse il più importante emerso durante l’evento di Boston: non basta l’impegno delle grandi aziende, neppure se supportato dalla politica. È necessaria una vera e propria rivoluzione culturale a livello globale, un cambiamento profondo del modo in cui concepiamo l’energia, la mobilità, ma anche il business. Come dimostra il caso americano, è anche il modo più efficace per risollevare anche l’economia.  

 

di Andrea Bertaglio

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2018/07/11/scienza/aziende-usa-sempre-pi-green-nonostante-trump-GNQz4CkBbjvPnlKPfFH5lJ/pagina.html

Piano Lupo, il ministro Costa: “Chiederò a Ispra di riattivarlo”

Non concede tregua e procede a passo spedito l’azione del nuovo ministro dell’Ambiente Sergio Costa nei confronti dei nemici degli animali e della natura. “Domani chiederò all’Ispra di riattivare il Piano di gestione e conservazione del Lupo in Conferenza Stato Regioni”, ha detto ieri a margine della firma del protocollo d’intesa con Carabinieri e Vigili del fuoco contro gli incendi delle aree naturali protette dello Stato, ribadendo che il piano nel 2017 aveva avuto “una grande adesione politica”, il supporto di pareri di autorevoli scienziati, e che contiene 22 soluzioni alternative all’abbattimento. Il piano era stato predisposto un anno fa da ministero dell’Ambiente e Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ma è rimasto bloccato da dicembre scorso in Conferenza Stato-Regioni per la norma che prevede la possibilità di abbattimento controllato dei lupi, voluta da alcune Regioni e contrastata da altre. Il ministero a dicembre avrebbe voluto approvare il Piano stralciando la norma sugli abbattimenti e rinviandone l’approvazione di due anni. Il contrasto fra gli enti locali ha però impedito questa soluzione di compromesso. Alcune Regioni avevano chiesto un ulteriore periodo di riflessione, mandando di fatto il Piano su un binario morto. Sempre ieri, il ministro Costa, parlando alla presentazione del nuovo Rapporto Ecomafia 2018 di Legambiente, ha detto che è sua intenzione far inserire il bracconaggio (“un reato odioso”) nel codice penale.

 

AGGIORNAMENTO DELLE 15.45 – COSTA: “COINVOLGERE TUTTI”

 

“E’ auspicabile il coinvolgimento di tutti gli enti interessati, come le Regioni, nella gestione dei danni agli allevamenti da parte della fauna selvatica. Nel caso del Piano Lupo, è giusto che tutti gli stakeholders si siedano al tavolo. Si può fare un percorso insieme”. Lo ha detto oggi il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, illustrando in Commissione Ambiente al Senato il suo programma.

 

di Guido Minciotti

 

FONTE: http://guidominciotti.blog.ilsole24ore.com/2018/07/10/piano-lupo-il-ministro-costa-chiedero-a-ispra-di-riattivarlo/

FAO. Il pianeta si sta avvicinando al "picco produttivo di pesce"?

La produzione ittica mondiale continuerà ad espandersi nel prossimo decennio anche se la quantità di pesci catturati in natura si è stabilizzata e la crescita precedentemente esplosiva dell'acquacoltura sta rallentando, afferma un nuovo rapporto della FAO pubblicato oggi.

 

L'ultima edizione del rapporto The State of World Fisheries and Aquaculture (SOFIA) riferisce che entro il 2030 la produzione combinata di pesca di cattura e acquacoltura crescerà raggiungendo 201 milioni di tonnellate.

 

Si tratta di un aumento del 18% rispetto all'attuale livello di produzione di 171 milioni di tonnellate.

 

Ma la crescita futura richiederà un progresso costante nel rafforzamento dei regimi di gestione della pesca, nella riduzione delle perdite e degli sprechi e nel trattamento di problemi come la pesca illegale, l'inquinamento degli ambienti acquatici e il cambiamento climatico, aggiunge il rapporto.

 

"Il settore della pesca è fondamentale per soddisfare l'obiettivo della FAO di un mondo senza fame e malnutrizione, e il suo contributo alla crescita economica e alla lotta contro la povertà è in crescita", ha dichiarato il Direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva.

 

"Il settore non è esente da sfide, tuttavia, compresa la necessità di ridurre la percentuale di stock ittici pescati oltre la sostenibilità biologica", ha proseguito.

 

Tendenze dell'offerta globale di pesce

 

Lo Stato della pesca e dell'acquacoltura mondiale riferisce che nel 2016 sono stati catturati 90,9 milioni di tonnellate di pesce in natura - un leggero calo di 2 milioni di tonnellate rispetto all'anno precedente, principalmente a causa delle periodiche fluttuazioni dell'Anchoveta peruviana associate a El Niño.

 

In generale, la quantità di pesce catturato in natura è iniziata ad aumentare a partire dagli anni '90 ma da allora è rimasta sostanzialmente stabile.

 

Nonostante ciò, da decenni il mondo consuma quantità sempre maggiori di pesce - 20,4 kg pro-capite nel 2016 contro poco meno di 10 kg / pc negli anni '60 - grazie in gran parte all'aumento della produzione da acquacoltura, un settore che si è espanso rapidamente durante gli anni '80 e '90.

 

Nel 2016, la produzione ittica da allevamento ha raggiunto 80 milioni di tonnellate, secondo il rapporto - fornendo il 53% di tutto il pesce consumato dagli esseri umani.

 

Anche se la crescita dell'acquacoltura è rallentata - tra il 2010 e il 2016 aveva registrato una crescita annuale del 5,8%, in calo dal 10% negli anni '80 e '90 - si prevede continuerà a espandersi nei prossimi decenni, specialmente in Africa.

 

Gli sforzi per ridurre la quantità di pesce che viene scartato o eliminato dopo la cattura, ad esempio utilizzando scarti e rifilature per produrre farina di pesce, contribuiranno anche a soddisfare gli aumenti in corso della domanda di prodotti ittici.

 

Lo stato degli stock ittici selvatici

 

Circa il 59,9% delle principali specie ittiche commerciali monitorate dalla FAO, vengono attualmente pescate a livelli biologicamente sostenibili, mentre il 33,1% viene pescato a livelli biologicamente insostenibili - una situazione che SOFIA 2018 descrive come "preoccupante".

 

Solo 40 anni fa, il 90% delle attività di pesca monitorate dalla FAO venivano utilizzate a livelli biologicamente sostenibili e solo il 10% veniva pescato in modo non sostenibile.

 

Queste tendenze non significano necessariamente che non siano stati compiuti progressi verso l'Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 14, che fa appello alla comunità internazionale a regolamentare efficacemente la pesca eccessiva, la pesca illegale e le pratiche di pesca distruttive, e ad attuare piani di gestione su base scientifica per ripristinare le scorte.

 

Ma il rapporto della FAO avverte che il mondo si è differenziato nel suo approccio alla pesca sostenibile, con il peggioramento della sovraccapacità e dello stato delle scorte - troppe barche che cacciano troppi pochi pesci - nei paesi in via di sviluppo che compensano una migliore gestione della pesca e migliore stato delle scorte in quelli sviluppati.

 

Per contrastare ciò sarà necessario creare partenariati efficaci, in particolare nel coordinamento delle politiche, nella mobilitazione delle risorse finanziarie e umane e nella diffusione di tecnologie avanzate (ad esempio per monitorare le attività di pesca).

 

Altre sfide

 

Anche i cambiamenti climatici e l'inquinamento sono motivo di preoccupazione.

 

Mentre la ricerca suggerisce che i cambiamenti climatici potrebbero far sì che i livelli globali di cattura siano soggetti a variazioni inferiori al 10%, sono previsti cambiamenti rispetto a dove i pesci sono catturati, osserva SOFIA 2018. È probabile che le catture diminuiscano in molte regioni tropicali dipendenti dalla pesca e aumentino nelle zone temperate del nord.

 

I cambiamenti nella distribuzione delle attività di pesca avranno importanti implicazioni operative, manageriali e giurisdizionali, afferma il rapporto. Saranno necessarie ricerche per sviluppare strategie che consentano sia alla pesca che alle specie che sfruttano di adattarsi senza problemi ai cambiamenti climatici.

 

E' anche necessaria una maggiore collaborazione per affrontare i problemi che i detriti degli attrezzi da pesca abbandonati e l'inquinamento da microplastiche stanno causando negli ecosistemi acquatici. La priorità dovrebbe essere data alle misure preventive che riducono i rifiuti marini e le microplastiche, e  agli sforzi per migliorare i sistemi di riciclaggio verso "economie circolari" e la graduale eliminazione della plastica monouso, dice il rapporto della FAO.

 

 

Dati chiave dallo Stato della pesca e dell'acquacoltura mondiale 2018

 

 

produzione ittica globale totale nel 2016: 171 milioni di tonnellate

Quota di quella proveniente dalla pesca marina: 79,3 milioni di tonnellate

Dalla pesca di acqua dolce: 11,6 milioni di tonnellate

Dall'acquacoltura: 80 milioni di tonnellate

Quantità di produzione consumata dagli esseri umani: 151,2 milioni di tonnellate

Quantità di produzione persa per deterioramento e/o gettata via dopo lo sbarco e prima del consumo: 27%.

Valore di prima vendita di tutta la produzione di pesca e acquacoltura nel 2016: 362 miliardi di dollari

Quota di quella da acquacoltura: 232 miliardi di dollari

Numero di persone impiegate nel settore della pesca e dell'acquacoltura: 59,6 milioni

Percentuale di donne: 14%

Regione con il maggior numero di pescatori e allevatori di pesce: Asia (85% del totale)

Numero di pescherecci sul pianeta: 4,6 milioni

Più grande flotta per regione: Asia (3,3 milioni di navi, pari al 75% della flotta globale)

Percentuale della produzione ittica mondiale che entra nel commercio internazionale: 35%

Valore delle esportazioni di prodotti ittici: 143 miliardi di dollari

I ricavi netti da esportazione di pesce per i paesi in via di sviluppo (37 miliardi di dollari) superano le entrate derivanti dalle esportazioni di carne, tabacco, riso e zucchero messi insieme

Il più grande produttore ed esportatore di pesce al mondo: la Cina

Il più grande mercato al consumo di pesce e prodotti ittici al mondo: l'Unione Europea, seguita dagli Stati Uniti e poi dal Giappone.

Pesca più insostenibile: Mediterraneo e Mar Nero (62,2% di stock sovra-sfruttati), Sud-est del Pacifico (61,5%), Atlantico sudoccidentale (58,8%)

Pesca più sostenibile: Pacifico centro-orientale, centro-occidentale, nord-orientale, nord-occidentale, sud-occidentale (tutti inferiori al 17% degli stock sovra-sfruttati)

 

FONTE: http://www.fao.org/news/story/it/item/1144342/icode/