Lo studio: i cambiamenti climatici sono colpa dell’uomo. Al 99,9999%

Il cambiamento climatico è reale e sono gli esseri umani a causarlo. Un nuovo studio pubblicato su Nature chiarisce che l’origine antropica dei cambiamenti climatici è una certezza scientifica: c’è solo una possibilità su un milione che il riscaldamento del pianeta sia dovuto ad altri fattori e non alle emissioni di gas serra provocate dall’uomo. Per essere precisi, questo livello di certezza è pari a 5 sigma, ovvero possiamo esserne certi al 99,9999%, con lo stesso grado di sicurezza con cui nel 2012 si affermò l’esistenza del Bosone di Higgs.

 

Il metodo di ricerca

Gli scienziati hanno utilizzati i tre set di dati satellitari più utilizzati nella scienza climatica, riguardanti gli ultimi 40 anni: tale certezza era già stata raggiunta quattordici anni fa, nel 2005, per due dei tre set di dati. Nel 2016 è stata la volta del terzo. «Chi sostiene che gli scienziati non conoscano la causa del cambiamenti climatici, si sbaglia. Noi lo sappiamo, è l’uomo», ha affermato Benjamin Santer, ricercatore presso il Lawrence Livermore National Laboratory in California e autore dello studio. Nel 2013 l’IPCC, Comitato intergovernativo sul Cambiamento climatico delle Nazioni Unite, aveva chiarito che, alla luce dei dati registrati, l’origine antropogenica del cambiamento climatico poteva essere data come probabile al 95%. Questa percentuale è ora stata innalzata al 99-100%. Basterà questo a scoraggiare i negazionisti?

 

Il ruolo dei governi

L’obiettivo degli scienziati è quello di convincere i governi che è indispensabile agire ora e mettere in guardia chi continua a negare l’origine antropogenica del cambiamento climatico nonostante i dati. Diversi studi sulla comunicazione della scienza hanno confermato che i dati scientifici non sono sufficienti a scoraggiare i negazionisti. E allora come intervenire in un panorama internazionale sempre più precario, nel quale il governo degli Stati Uniti ha istituito una commissione per rivedere i risultati delle agenzie governative che indicano il cambiamento climatico tra le minacce per la sicurezza nazionale? Se gridare all’allarme potrebbe produrre un effetto contrario, portando le persone a pensare che ormai è troppo tardi ed eventuali azioni potrebbero rivelarsi inutili, l’azione politica e comunicativa diventa frecce fondamentali da scoccare da un arco che si può permettere di sbagliare ancora pochi colpi. In tal senso, in una recente intervista al Corriere della Sera, Stuart Capstick, ricercatore dell’Università di Cardiff, aveva commentato: «Anche se ci sono ancora molte questioni aperte sulla comunicazione del cambiamento climatico, la certezza è che bisogna agire ora, rompendo l’imbarazzante silenzio che ancora esiste, a molti livelli, sull’argomento».

 

di Sara Moraca

 

Fonte: https://www.corriere.it/cronache/19_marzo_13/cambiamenti-climatici-colpa-azione-uomo-595debee-45de-11e9-84eb-0118ce37142a.shtml

L’allarme Onu: un morto su quattro a causa dell’inquinamento

I danni al nostro pianeta sono talmente gravi da mettere a rischio la salute delle persone. È l’allarme dell’Onu, che avverte: o si aumentano drasticamente le protezioni ambientali o città e regioni in Asia, Medio Oriente e Africa potrebbero vedere milioni di morti premature entro il 2050. In un rapporto presentato oggi a Nairobi, in Kenya, sullo stato del pianeta si legge che un quarto delle morti premature e delle malattie in tutto il mondo è legato infatti all'inquinamento e ai danni all'ambiente causati dall'uomo.

 

Lo studio dell’Onu

Lo studio di 250 scienziati dell’organizzazione internazionale sostiene, inoltre, che tra le principali cause dei decessi ci sia l’inquinamento dei nostri sistemi di acqua dolce: "Le emissioni inquinanti nell'atmosfera, di sostanze chimiche che contaminano l'acqua potabile e la distruzione accelerata degli ecosistemi fondamentali per la sopravvivenza di miliardi di persone causano una sorta di epidemia globale che ostacola anche l'economia".

 

Le cattive condizioni ambientali causano il 25% delle malattie

Al Global Environment Outlook (Geo) hanno lavorato per sei anni studiosi provenienti da 70 Paesi. Tra i problemi messi in luce dal documento c'è un crescente divario tra Paesi ricchi e poveri: l'eccessivo consumo dilagante, l'inquinamento e lo spreco alimentare nel mondo sviluppato portano a fame, povertà e malattie nelle aree meno sviluppate. Solo le cattive condizioni ambientali "causano circa il 25% delle malattie e della mortalità globali", ossia quasi 9 milioni di morti nel 2015. Sempre nel rapporto si legge inoltre che l'inquinamento atmosferico è la causa di 6-7 milioni di morti premature all'anno.

 

Oltre un milione di persone muore a causa delle scarse condizioni igienico-sanitarie

Mancando l'accesso alle forniture di acqua potabile, 1,4 milioni di persone muoiono ogni anno a causa di malattie prevenibili come diarrea e parassiti legati all'acqua contaminata e alle scarse condizioni igienico-sanitarie. Le sostanze chimiche sversate nei mari causano effetti avversi "potenzialmente multi-generazionali" sulla salute e il degrado del terreno attraverso l'agricoltura intensiva e la deforestazione avviene in aree della Terra che ospitano 3,2 miliardi di persone. A tutto questo si aggiunge l'aumento delle emissioni di gas serra tra siccità, inondazioni e tempeste aggravate dall'aumento dei livelli del mare.

 

I consigli del Global Environment Outlook

Nel rapporto del Global Environment Outlook si trovano anche alcuni consigli per rendere l'ambiente più sostenibile, per esempio, l'adozione di diete a basso contenuto di carne e la riduzione degli sprechi alimentari nei paesi sviluppati e in via di sviluppo ridurrebbero la necessità di aumentare la produzione alimentare del 50% per nutrire i 9-10 miliardi di persone previste sul pianeta nel 2050. Lo studio afferma che il 33% del cibo nel mondo viene sprecato e il 56% dei rifiuti è prodotto nei paesi industrializzati. C'è un livello di urbanizzazione a livello mondiale senza precedenti, osservano gli scienziati suggerendo che questo può offrire un'opportunità per aumentare il benessere dei cittadini riducendo nel contempo l'impatto ambientale attraverso una migliore governance e la pianificazione dell'uso del territorio e del verde. 

 

L'accordo di Parigi

Sui rischi per l'umanità dei cambiamenti climatici si sta sviluppando un crescente consenso politico che ha portato i leader mondiali, nel 2015, a raggiungere l'accordo sul clima di Parigi. Con questa intesa ogni nazione ha promesso di compiere azioni per ridurre le emissioni nel tentativo di limitare l'aumento del riscaldamento globale a 1,5 gradi. Tuttavia gli effetti dell'inquinamento sulla salute sono meno conosciuti. Né vi è alcun accordo internazionale per l'ambiente simile a quello di Parigi per il clima.

 

Boldrini: "Allarme non va ignorato"

All'allarme lanciato dall'Onu ha risposto su Twitter l'ex presidente della Camera Laura Boldrini: "Un quarto delle morti premature e delle malattie nel mondo sono collegate all'inquinamento provocato dall'uomo. Questo allarme, lanciato dall'Onu non va ignorato. Non possiamo condannare le future generazioni a vivere in un ambiente ostile e pericoloso".

 

Fonte: https://tg24.sky.it/ambiente/2019/03/13/allarme-onu-rischio-milioni-di-morti-premature.html

UNEA: soluzioni innovative per le sfide ambientali e il consumo sostenibile

Si sono aperti con un minuto di silenzio a Nairobi i lavori (11-15 marzo 2019) dell’Assemblea del Programma Ambiente delle Nazioni Unite – UNEA, a cui avrebbero dovuto partecipare i vari funzionari  del Programma alimentare mondiale (WFP), per l’Agenzia per i rifugiati (UNHCR), per l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), per l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) e di varie Ong umanitarie, tra cui gli 8 italiani, deceduti nella tragedia aerea del Boeing 737 Max, precipitato ieri poco dopo il decollo da Addis Abeba.

 

L’hashtag #SolveDifferent sintetizza il tema generale da dibattere è: “Soluzioni innovative per le sfide ambientali e il consumo e la produzione sostenibili“, di cui al Rapporto  “Innovative solutions for environmental challenges  and sustainable consumption and production” (#SolveDifferent), redatto dalla Direttrice esecutiva ad interim dell’UNEP Joyce Msuya e diffuso fin dal dicembre scorso.

 

Il Rapporto si concentra su:

– sfide ambientali legate alla gestione della povertà e delle risorse naturali, compresi i sistemi alimentari sostenibili, la sicurezza alimentare e l’arresto della perdita di biodiversità;

– approcci basati su ciclo di vita delle risorse, dell’energia, dei prodotti chimici e della gestione dei rifiuti;

– sviluppo innovativo sostenibile delle imprese in un momento di rapido cambiamento tecnologico.

 

In vista della UNEA di Nairobi, la Msuya ha fatto appello alle nazioni affinché si attivino ed comincino a dar vita ad un vero cambiamento.

“Il tempo sta scadendo – ha affermato la Direttrice in un video messaggio rivolto ai Capi di governo e di Stato – Gli impegni politici sono finiti. Gli impegni assunti senza alcun obbligo di responsabilità sono terminati. Ciò che è in gioco è la vita e la società, quali la maggior parte di noi le conosce e ne gode oggi”.

 

Il Rapporto stima che il valore dei servizi ecosistemici persi tra il 1995 e il 2011 ammonti da 4.000 a 20.000 miliardi di dollari, dimostrando come le pratiche agricole stiano esercitando una crescente pressione sull’ambiente con costi che si aggirano attorno a 3.000 miliardi l’anno, mentre quelli correlati all’inquinamento sono stimati in 4.600 miliardi all’anno.

 

Il rapporto si concentra sull’individuazione di soluzioni innovative alle pressanti sfide ambientali nel quadro dello sviluppo sostenibile che avranno un impatto positivo sulla società, sull’economia e sull’ambiente, creando le condizioni per un’efficace transizione verso il consumo e modelli di produzione sostenibili.

 

Nel corso della UNEA sarà presentato il Summary for Policy Makers della sesta edizione del “Global Environment Outlook” (GEO-6)”, Rapporto considerato il principale documento dell’ONU di valutazione dell’ambiente globale, la cui pubblicazione completa avverrà a metà del 2019, che fornirà una valutazione chiara dello stato attuale dell’ambiente, delle sfide che ci aspettano e di come le abbiamo affrontate finora.

 

Un altro documento che verrà presentato alla UNEA (12 marzo 2019) è il “Global Resources Outlook 2019” dell’International Resource Panel(IRP) dal titolo “Le risorse naturali per il futuro che vogliamo” che farà il punto sulle risorse naturali e sui modelli di consumo per supportare i responsabili politici nel processo decisionale strategico e nella transizione verso un’economia sostenibile

 

Ad oggi, come testimoniato dall’ultimo Rapporto di Circle Economy, solo il 9% dei 92,8 miliardi di tonnellate di minerali, combustibili fossili, metalli e biomassa che entrano nell’economia viene riutilizzato annualmente.

 

“Abbiamo la prova – ha concluso la Msuya – che politiche ben congegnate possono dare il via all’innovazione e aiutare a diffondere le nuove tecnologie strategiche a un ritmo e su una scala che sarebbero sembrati impossibili solo una generazione fa“.

 

Fonte: https://www.regionieambiente.it/unea_assemblea_unep/

Fukushima: 8 anni dopo il disastro nucleare alti livelli di radiazioni

Sono passati esattamente 8 anni da quando, l’11 marzo 2011, un violento tsunami devastò le coste del Giappone, causando circa 20mila vittime e danni irreparabili alla centrale di Fukushima, dando così il via a quella che viene considerata la più complessa crisi nucleare dopo Chernobyl (1986). E stando alle ultime stime, ancora oggi i livelli di radiazioni sia nelle zone di esclusione che nelle aree aperte, sarebbero altissimi, da 5 a oltre 100 volte più alti del limite massimo raccomandato. Ma non solo: questi livelli rimarranno tali ancora per decenni. Vale a dire, quindi, un significativo rischio per i cittadini, lavoratori e bambini.

 

Ma torniamo indietro.

 

L’11 marzo del 2011 un terremoto di magnitudine 9 scosse il Giappone e scatenò un enorme tsunami, che arrivò ad allagare anche la centrale nucleare di Fukushima lasciandola senza energia per raffreddarne i reattori nucleari. In assenza, quindi, di un ricircolo di acqua di raffreddamento, i noccioli raggiunsero temperature di migliaia di gradi e si fusero, liberando gas di idrogeno. La conseguente esplosione di questo gas distrusse quattro degli edifici, in cui erano situati i reattori e liberò nell’ambiente grandi quantità di materiale radioattivo. Generando così l’evacuazione da parte di migliaia e migliaia di persone.

 

Ma ancora oggi, sebbene ci siano stati enormi sforzi di decontaminazione, il rapporto, Sul fronte dell’incidente nucleare di Fukushima: lavoratori e bambini, appena diffuso da Greenpeace Giappone afferma come siano ancora presenti altissimi livelli di radiazioni sia nelle zone di esclusione che nelle aree aperte, accusando il governo giapponese di aver ingannato le Nazioni Unite e aver violato i diritti umani, in particolare nei riguardi di lavoratori e bambini.

 

Nella zona di esclusione di Obori in Namie, per esempio, i livelli medi di irradiazione registrati sarebbero pari a 4,0 μSv all’ora. Questi valori, precisano gli esperti, sarebbero così alti che se un lavoratore lavorasse lì per otto ore al giorno durante un intero anno, potrebbe ricevere una dose equivalente a più di cento radiografie del torace.

 

“Nelle aree in cui operano alcuni di questi addetti alla decontaminazione, i livelli di radiazione rilevati sarebbero considerati un’emergenza se fossero stati osservati all’interno di una struttura nucleare”, ha spiegato Shaun Burnie, Senior Nuclear Specialist di Greenpeace Germania. Lo sfruttamento dei lavoratori è molto diffuso, compreso il reclutamento di persone svantaggiate e senzatetto, che non hanno alcuna formazione in materia di radioprotezione.

 

Inoltre, in una foresta di fronte all’asilo e alla scuola della città di Namie, dove gli ordini di evacuazione sono stati revocati, il livello medio di radiazioni risulta essere di di 1,8 μSv all’ora, e tutti i 1.584 punti misurati hanno superato l’obiettivo di decontaminazione a lungo termine del governo giapponese di 0,23 μSv all’ora. Nel 28% di questa area, quindi, la dose annuale dei bambini potrebbe essere 10-20 volte superiore al massimo raccomandato a livello internazionale.

 

Come vi avevamo raccontato, inoltre, uno studio statunitense, pubblicato su Pnas, ha ipotizzato che ci sarebbero enormi accumuli di materiale radioattivo, in articolare il cesio radioattivo, intrappolato nelle sabbie e nelle acque sotterranee fino a 96 chilometri circa di distanza dalle coste giapponesi. Tuttavia, come avevano riferito i ricercatori, “nessuno è esposto a queste acque e, quindi, non è un problema di primaria importanza per la salute pubblica”.

 

Tuttavia, sebbene la maggior parte degli studi condotti finora abbia evidenziato come i livelli di radiazioni siano ancora molto alti, una ricerca apparsa sulle pagine del Journal of Radiological Protection nel 2017, sembrava sostenere proprio il contrario: vivere in alcune aree intorno alla centrale nucleare non sarebbe più da considerarsi pericoloso. Stando a quest’ultima analisi, la combinazione del decadimento radioattivo naturale e degli agenti atmosferici, come la pioggia e la neve, avrebbe ridotto notevolmente i livelli di radiazione. Infatti, analizzando i dati delle radiazioni intorno a Date, città giapponese della prefettura di Fukushima che dista 60 chilometri dal sito della catastrofe (mai stata evacuata) i ricercatori hanno evidenziato che gli abitanti sono sottoposti a un livello di radiazioni molto basso, pari a 18 millisievert nella zona A, la parte più contaminata della città (l’International Commission on Radiological Protection considera accettabile una dose compresa tra 1 e 20 millisievert all’anno).

 

Ricordiamo, infine, che circa un mese fa il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha emesso una serie di severe raccomandazioni al governo giapponese che, se attuate, potrebbero porre fine alle attuali politiche di Fukushima. “Nei suoi rapporti alle Nazioni Unite, il governo giapponese travisa la complessità e i rischi delle radiazioni nelle aree di Fukushima, le condizioni dei lavoratori, e la salute e il benessere dei bambini. Questa realtà dovrebbe far vergognare il governo e spingerlo a cambiare radicalmente le sue politiche fallimentari”, ha affermato Kazue Suzuki, della campagna Energia di Greenpeace Giappone, sottolineando che quello che la maggioranza dei giapponesi sta chiedendo è una transizione verso l’energia rinnovabile.

 

Fonte: https://www.wired.it/attualita/ambiente/2019/03/11/fukushima-otto-anni/?refresh_ce=

Greta Thunberg e le sue sorelle, chi sono le ragazze che lottano per il clima

Migliaia di giovani scendono in piazza in tutto il mondo per chiedere ai governi di impegnarsi di più contro i cambiamenti climatici, oltre l'evento mondiale del 15 marzo.

Sono poco più che bambini, sono perlopiù ragazze, stanno provando a salvare il mondo e sono, forse, la nostra ultima speranza per garantire un futuro alla nostra specie. Dall’agosto del 2018 decine di migliaia di ragazzi hanno preso parte a scioperi scolatici in molte nazioni del mondo, tra cui Svezia, Svizzera, Belgio, Germania, Regno Unito, Canada, Italia, Giappone e Australia, per chiedere ai governi azioni concrete nella lotta contro i cambiamenti climatici. I giovani di oggi sono, in qualche modo, unici, sono infatti i primi ad essere nati e cresciuti in pieno Antropocene, con l’incombente minaccia dei cambiamenti climatici.

 

Questi ragazzi hanno capito che il Pianeta che erediteranno sarà invivibile, poiché le generazioni precedenti non hanno avuto la volontà politica e il coraggio di affrontare la minaccia climatica. Questo movimento di speranza, che continua a crescere e avanza impetuoso come un’onda, è nato da una sola, insospettabile, persona, una ragazzina svedese di sedici anni dal sorriso timido, l’astro nascente dell’ambientalismo mondiale, Greta Thunberg.

 

Un “messia” con le trecce

A 11 anni Greta smise di parlare e di mangiare e le furono diagnosticati la sindrome di Asperger, il disturbo ossessivo-compulsivo e il mutismo selettivo. Quale fu la causa scatenante del malessere della giovane? I cambiamenti climatici, di cui sentì parlare per la prima volta a 8 anni, e da allora il pensiero dell’imminente catastrofe ambientale non l’ha più abbandonata. Ma, anziché lasciarsi sopraffare dalla vastità della crisi climatica e continuare a vivere come niente fosse, come fa la maggior parte di noi, Greta decise di agire, perché “non sei mai troppo piccolo per fare la differenza”.

 

La ribellione di Greta

La battaglia di Greta Thunberg per il clima è iniziata il 20 agosto 2018, quando la ragazza, allora quindicenne, scioperando da scuola e impugnando un cartellone con scritto “Skolstrejk för klimatet” (sciopero della scuola per il clima), si è accampata davanti al parlamento svedese, distribuendo volantini che illustravano la crisi climatica. Greta ha continuato a manifestare davanti al parlamento ogni venerdì, dando vita, quasi inconsapevolmente, al movimento Fridays for future.

 

“Raccontavo quello che stavo facendo attraverso post su Instagram e Twitter che diventavano virali in poco tempo – ha spiegato la giovane – così sono iniziati ad arrivare giornalisti e reporter”. In questo modo Greta è riuscita a “rendersi rilevante al circuito mediale – ha scritto Alessio Giacometti – condizione preliminare per attivare il dissenso collettivo e riaggregarlo sotto forma di consenso intorno a una nuova professione di fede”.

 

Greta Thunberg, con la sua lotta solitaria, ci ha ricordato la straordinaria potenza degli atti individuali di ribellione. “Il movimento Fridays for future non è il primo grande cambiamento che inizia con l’azione di una singola persona – ha scritto il rabbino ambientalista Jonathan Wittenberg – da Abramo in poi, la nostra storia è piena di persone che, inizialmente sole, hanno cambiato il mondo”.

 

Greta Thunberg, con l’innocenza e la brutale onestà dei suoi sedici anni, ha detto ai potenti del Pianeta: “Siamo venuti qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene alle persone”, e migliaia di giovani hanno deciso di unirsi alla sua lotta.

 

I cambiamenti climatici non sono un gioco

Le vite dei giovani, che spesso vengono accusati di mancanza di valori, sono profondamente influenzate dai cambiamenti climatici. Già nel 2007, uno studio condotto su bambini di età compresa tra 10 e 14 anni, aveva rilevato che metà degli intervistati era profondamente preoccupata per il riscaldamento globale, mentre un quarto temeva che il mondo sarebbe finito nel corso della loro vita. Un progetto di ricerca australiano chiamato Climate change and me, svoltosi dal 2013 al 2017, ha confermato la ricettività dei ragazzi verso la più grande minaccia mondiale. “È orribile come gli umani stiano causando la morte di molte specie animali e vegetali”, ha detto un bambino di 11 anni. Proprio questa paura, che Thunberg si augura provino anche i politici, è all’origine dei movimenti giovanili per il clima.

 

Adolescenti per il clima, le sorelle di Greta

Il 15 marzo è stato proclamato uno sciopero generale per il clima, il Climate strike for future, che coinvolgerà oltre novanta nazioni e più di 1.300 città. L’obiettivo del movimento, che poi dovrebbe essere l’obiettivo di ogni singolo essere umano sulla Terra, è di ottenere una drastica riduzione delle emissioni inquinanti per limitare l’aumento della temperatura media globale entro un grado e mezzo.

 

Abbiamo appena dodici anni per raggiungere questo obiettivo e scongiurare la catastrofe climatica. Il movimento globale, nato dall’esempio di Greta, sta connettendo tra loro, grazie anche ai social network, giovani da tutto il mondo che hanno a cuore le tematiche ambientali. “Inizialmente mi sentivo strana, quasi un’anomalia nella mia scuola, poi, scioperando, ho incontrato molte altre persone della mia età che condividono le mie preoccupazioni – ha dichiarato Anna Taylor, diciassettenne inglese che con altri quattro studenti ha fondato Uk Students climate network (Ukscn) –. Ora stiamo coordinando i nostri scioperi in tutto il mondo per avere un impatto maggiore”.

 

L’urlo di protesta della “generazione climatica”

La serietà e il coraggio di Greta Thunberg, recentemente proposta per il premio Nobel per la Pace, poiché “il movimento che ha messo in moto è un importante contributo per la pace”, hanno conferito un’inaspettata autorevolezza ai ragazzi, che, di colpo, si sono ritrovati al centro del dibattito sul clima. “I giovani hanno così tanta passione ed energia e, considerando che parliamo del nostro futuro, penso che dobbiamo essere ascoltati”, ha detto Tallulah Guard, 17 anni, londinese. Lo scorso novembre in Australia circa 15mila studenti sono scesi in strada dopo che Harriet O’Shea Carre e Milou Albrecht, entrambe di 14 anni, hanno scritto una lettera in cui chiedevano al governo un maggiore impegno per contrastare i cambiamenti climatici. Una marcia analoga si è svolta in Belgio, organizzata dalle diciassettenni Anuna De Wever e Kyra Gantois, a cui hanno partecipato ben 35mila persone. “La nostra è una generazione climatica – ha dichiarato Anuna De Wever – è in gioco il nostro futuro, motivo per cui i politici devono ascoltare gli esperti e attuare politiche che proteggano il Pianeta”.

 

Piccole donne alla riscossa

Tra i manifestanti e gli organizzatori degli scioperi studenteschi non mancano i ragazzi, ma tra i leader di questo movimento giovanile troviamo soprattutto ragazze, elemento che, a causa del radicato atteggiamento patriarcale della società, rende ancora più indigesto il movimento ai suoi oppositori.  

 

Tra queste, oltre a quelle già citate, ci sono anche la tredicenne statunitense Alexandria Villasenor, che ha iniziato a scioperare davanti alla sede delle Nazioni Unite dopo che, pochi mesi prima, aveva assistito ad un grave incendio in California, che l’aveva provata fisicamente ed emotivamente. “Non lasceremo che ci consegnino un pianeta distrutto”, ha affermato. Sempre dagli Stati Uniti viene Nadia Nazar, 16 anni, co-fondatrice del gruppo per la giustizia climatica Zero Hour. “Non voglio vivere nella paura di non avere una vita normale a causa dei cambiamenti climatici”, ha spiegato l’adolescente di Baltimora. “Dobbiamo aumentare la pressione, continuare gli scioperi e trovare un linguaggio chiaro perché la nostra voce venga ascoltata. Dobbiamo far sì che quella climatica diventi una questione intergenerazionale e includa adulti, genitori, insegnanti e lavoratori negli scioperi”, ha dichiarato la 22enne tedesca Luisa Neubauer, da anni attiva per la salvaguardia dell’ambiente.

 

Un futuri da (ri)scrivere

Se da un lato sappiamo che gli enormi interessi economici in ballo siano sufficienti, dall’altro ci risulta incomprensibile come i decisori politici stiano deliberatamente condannando la nostra specie, contribuendo a mettere fine al mondo così come lo conosciamo oggi. Una spiegazione, secondo Ben Page, amministratore delegato dell’ente di analisi e ricerche di mercato britannico Ipsos Mori, sarebbe inscritta nei nostri geni, che ci rendono inadatti a reagire ai pericoli a lungo termine. “Siamo cablati per difenderci da pericoli imminenti, come le tigri dai denti a sciabola”. Vedere i nostri figli accusarci di stare distruggendo il loro futuro dovrebbe però terrorizzarci più di uno smilodonte e può e deve bastare per invertire questa tendenza. Se non vogliamo aiutarli, smettiamo quantomeno di ostacolarli, perché il destino del mondo è nelle loro giovani mani.

 

di Lorenzo Brenna

 

Fonte: https://www.lifegate.it/persone/news/proteste-giovani-clima-movimento-friday-for-future

Greta Thunberg e lo sciopero degli studenti per il clima

Il 15 marzo decine di migliaia di studenti in diverse parti del mondo parteciperanno al “Venerdì per il futuro” (o “sciopero scolastico per il clima”), una manifestazione organizzata per chiedere ai governi politiche e azioni più incisive per contrastare il cambiamento climatico e il riscaldamento globale. Gli scioperi degli studenti per l’ambiente sono organizzati periodicamente (in alcuni casi ogni settimana), ma quello di domani dovrebbe essere uno dei più grandi, grazie al sostegno di diverse associazioni ambientaliste che hanno deciso di dare una mano per organizzare manifestazioni coordinate e in più paesi del mondo.

 

L’idea del “Venerdì per il futuro” è nata in seguito alla protesta iniziata da Greta Thunberg, una studentessa svedese di 16 anni, diventata il simbolo e la rappresentante più conosciuta del nuovo movimento ambientalista studentesco. Il 20 agosto del 2018, Thunberg decise di non presentarsi più a scuola fino al 9 settembre seguente, giorno delle elezioni politiche, chiedendo al governo di occuparsi più seriamente del cambiamento climatico, adottando politiche più incisive per ridurre le emissioni di anidride carbonica (tra i principali gas serra). La protesta era nata in seguito a un’estate particolarmente calda in Svezia, che aveva portato a numerosi ed estesi incendi nel paese.

 

Invece di andare a scuola, ogni giorno Thunberg si presentava davanti alla sede del Parlamento svedese a Stoccolma portando con sé il cartello “Skolstrejk för klimatet” (“Sciopero scolastico per il clima”). Dopo le elezioni politiche, Thunberg tornò a scuola, assentandosi comunque di venerdì per proseguire la sua protesta davanti alla sede del Parlamento.

 

La storia di Thunberg è stata ripresa da alcuni media locali e gradualmente ha superato i confini della Svezia, finendo su giornali e televisioni di mezzo mondo. Mese dopo mese, la sua protesta è diventata la fonte d’ispirazione per altri studenti, che in diversi paesi hanno iniziato a organizzare marce e manifestazioni sul clima, sempre di venerdì. Si stima che negli ultimi mesi ne siano state organizzate circa 300 in varie città del mondo, con la partecipazione di alcune decine di migliaia di studenti.

 

Thunberg è diventata ulteriormente famosa nell’autunno del 2018 in seguito alla sua partecipazione al TEDxStockholm, la serie di conferenze organizzate in modo indipendente dai più famosi TED, ma mantenendone la struttura e le regole per gli interventi. Ha spiegato di essere diventata consapevole del problema del riscaldamento globale quando aveva 8 anni, chiedendosi perché non fosse al centro delle politiche per il futuro del mondo e del dibattito sui media. Thunberg ha poi detto che ormai le prove scientifiche sul cambiamento climatico, e sulle responsabilità delle attività umane, sono incontrovertibili e che è necessario mobilitarsi e non perdere più tempo.

 

Nel dicembre del 2018, Thunberg ha partecipato alla COP24, la conferenza internazionale sul clima organizzata dalle Nazioni Unite in Polonia. Sempre alla fine del 2018, ha parlato davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite. A inizio anno ha invece partecipato agli incontri del World Economic Forum di Davos (Svizzera), dove ha accusato politici e grandi aziende di essere consapevoli da tempo dei rischi del cambiamento climatico, ma di non avere fatto quasi nulla per calcolo politico o per non ridurre i profitti.

 

La rivista TIME ha inserito Thunberg nella sua lista dei 25 adolescenti più influenti per il 2018. La scorsa settimana, in occasione della Giornata internazionale della donna, Thunberg è stata nominata la donna più importante e influente del 2019 in Svezia. Diverse altre organizzazioni e associazioni hanno assegnato premi a Thunberg per il suo impegno, e per avere contribuito a mantenere l’attenzione su uno dei temi più importanti per il futuro delle nostre società.

 

La manifestazione di domani coinvolgerà decine di migliaia di studenti, e non solo, in tutto il mondo. Sul sito dell’iniziativa si può consultare una mappa per trovare le città e i luoghi dove saranno organizzate manifestazioni. In Italia gli studenti manifesteranno in circa 180 città ed è probabile che il numero aumenti nelle prossime ore. L’iniziativa è stata ampiamente ripresa e promossa dal quotidiano Repubblica, con la sua prima pagina di oggi dedicata allo sciopero degli studenti e un invito sul suo sito a partecipare e a mobilitarsi, anche se non si è più studenti.

 

Il 2018 è stato il quarto anno più caldo mai registrato a conferma di quanto dicono, e hanno dimostrato, ormai da tempo i ricercatori: la Terra si sta scaldando, anche a causa dell’enorme quantità di anidride carbonica immessa ogni anno nell’atmosfera a causa delle attività umane. Gli ultimi 5 anni sono stati i più caldi mai registrati nella storia, e 18 dei 19 più caldi si sono verificati a partire dal 2001.

 

Fonte: https://www.ilpost.it/2019/03/14/sciopero-studenti-clima-greta-thunberg/