Giornata mondiale del suolo, Fao: "Inquinati cibo, aria e acqua"

L'inquinamento del suolo e del sottosuolo è uno dei danni più devastanti e invisibili tra quelli che l'uomo ha causato alla Terra. Per questo la Fao, in particolare la Global Soil Partnership, ogni anno il 5 dicembre celebra la Giornata mondiale del suolo: un evento pensato per promuovere la salvaguardia del suolo terrestre, patrocinato dall’Union of Soil Sciences che ha seguito la prima edizione del 2002. Inoltre, un supporto importante è sempre arrivato dal regno di Thailandia, in particolare dall’ex monarca Bhumibol Adulyadej, nato proprio il 5 dicembre del 1927. Per questa ragione, dal 2016, questo giorno è stato definitivamente dedicato alla memoria del re, che è deceduto nell’ottobre dello stesso anno. L’ufficialità del World Soil day era già arrivata in una conferenza Fao nel giugno del 2013, e sei mesi dopo le Nazioni Unite hanno decretato il 5 dicembre come data ufficiale.

 

Il World Soil day 2018

Il tema scelto dalla Fao per l’edizione 2018 della Giornata mondiale del suolo è quello della lotta all’inquinamento. Per questa ragione è stata lanciata la campagna intitolata "Be the Solution to Soil Pollution" ovvero "Sii la soluzione all’inquinamento del suolo", con tanto di hashtag dedicato #StopSoilPollution.

 

L’inquinamento del suolo: colpa dell’azione umana

Il tema della Giornata mondiale del suolo è stato lanciato dalla Fao proprio a pochi mesi dall’ultimo rapporto dell’organizzazione sullo stato del suolo e del sottosuolo del nostro pianeta. Un report dal quale si evince che "la maggior parte dell'inquinamento del suolo è dovuto alle attività umane". Nello specifico, si tratta di "attività industriali come l’estrazione, la fusione e la produzione di materiali, della produzione di rifiuti domestici, zootecnici e urbani, uso di pesticidi, erbicidi e fertilizzanti utilizzati in agricoltura, ma anche l’utilizzo di prodotti derivati dal petrolio che vengono rilasciati nell'ambiente o distrutti nell'ambiente ed emissioni generate dai trasporti". A preoccupare la Fao e altre organizzazioni che si occupano della salute del nostro pianeta sono anche gli "inquinanti emergenti" come i "prodotti farmaceutici, gli interferenti endocrini, gli ormoni e le sostanze biologiche inquinanti; i rifiuti elettronici; e le materie plastiche oggi utilizzate in quasi ogni attività umana".

 

Situazione drammatica

A lanciare l’allarme sui livelli di inquinamento del suolo è stato proprio l’ultimo rapporto pubblicato dalla Fao lo scorso maggio. Il report "Soil Pollution: A Hidden Reality" sottolinea, ad esempio, che in Australia si stima che circa 80mila aree soffrano di contaminazione del suolo, che la Cina ha classificato il 16% di tutti i suoi suoli - e il 19% dei terreni agricoli - come inquinati, che sono circa 3 milioni le aree potenzialmente contaminate nell’Area economica europea e nei Balcani occidentali e che negli Stati Uniti 1.300 aree appaiono nell'elenco (Superfund) delle zone calde dell'inquinamento. Una situazione sempre più drammatica che ha risvolti diretti sulla vita di tutti i giorni, come ha confermato la dottoressa Maria Helena Semedo, vice direttore generale della Fao, durante l’ultimo simposio di maggio sull’argomento. "L’inquinamento del suolo colpisce il cibo che consumiamo, l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo e la salute dei nostri ecosistemi. La capacità dei suoli di fare fronte all’inquinamento è limitata; prevenire il loro inquinamento dovrebbe essere una priorità globale", ha detto.

 

Rifiuti chimici, mine e scorie nucleari: cosa c’è nel suolo

Sempre secondo i dati pubblicati dalla Fao, uno dei principali nemici del suolo terrestre è l’industria chimica: "La produzione di sostanze chimiche è cresciuta rapidamente e aumenterà annualmente del 3,4% fino al 2030". In particolare, "l’industria chimica europea ha prodotto 319 milioni di tonnellate di prodotti chimici. Di questi, 117 milioni di tonnellate sono stati ritenuti pericolosi per l’ambiente". Per quanto riguarda i rifiuti solidi urbani, anche questi dannosi per il suolo, la loro produzione, "che nel 2012 era di circa 1,3 miliardi di tonnellate annue, entro il 2025 dovrebbe aumentare di 2,2 miliardi di tonnellate l’anno". A inquinare i suoli del nostro pianeta c’è anche il settore agricolo. Secondo la Fao "la produzione mondiale di letame per fertilizzare è cresciuta del 66% tra il 1961 e il 2016, passando da 73 a 124 milioni di tonnellate di materia organica che può contenere elevate quantità di organismi patogeni e antibiotici". Tra i dati particolarmente significativi c’è anche quello sulle mine inesplose sparpagliate nel suolo di 64 diversi Paesi: sono circa 110 milioni e, oltre a inquinare, possono tuttora avere conseguenze mortali per gli abitanti. Infine le scorie nucleari: in base al report, quasi tutti i terreni dell’emisfero settentrionale contengono radionuclidi in concentrazioni più elevate rispetto ai livelli tollerabili a seguito di ricadute atmosferiche da test nucleari o eventi radiologici come l’incidente del 26 aprile 1986 a Chernobyl.

 

FONTE: https://tg24.sky.it/ambiente/2018/12/03/giornata-mondiale-del-suolo.html

Quattro italiani su 10 pronti a mangiare gli insetti, il "cibo del futuro"

Si fa largo in Italia l'idea di assaggiare menu a base di insetti e aracnidi come cavallette, grilli, coleotteri, bruchi e scorpioni, magari degustandoli al posto del tradizionale cappone natalizio e del binomio lenticchie-cotechino della notte di San Silvestro. A dimostrarlo è una ricerca Doxa finalizza ad indagare il sentimento della popolazione rispetto all'entomofagia in attesa di vedere se davvero scatterà la rivoluzione nel piatto dopo che il Parlamento europeo ha già introdotto dallo scorso 1 gennaio 2018 le  regole per la vendita di nuovi prodotti alimentari, compresi gli insetti.

 

Dall'indagine, commissionata da Rentokil Initial, è emerso che oltre il 40% degli italiani ritiene che gli insetti possano essere uno dei cibi del futuro, con i giovani tra i 18 e i 34 anni che dimostrano maggiore apertura (49%) contro il 63% degli over 55 che pensa che gli insetti non saranno mai accettati come alimenti in Italia. Gli analisti registrano inoltre che 4 italiani su 10 si dimostrano aperti all'assaggio del "novel food" (cibo del futuro), un 19% li assaggerebbe incuriosito dal gusto, mentre un 21% sarebbe stupito e indeciso se assaggiarli.

 

Dal punto di vista della sicurezza alimentare e sui possibili effetti per la salute derivanti dal "novel food" 7 italiani su 10 pensano invece che cibi a base di insetti possano avere effetti benefici e fornire nutrienti utili al nostro organismo. Infine il 73% dei connazionali sostiene che la produzione degli insetti richiederebbe maggiori attenzioni in termini di sicurezza alimentare e pratiche igieniche, mentre il 55% è molto preoccupato dal punto di vista sanitario per le pratiche che possano essere utilizzate o meno nella lavorazione degli insetti ad uso alimentare.

 

FONTE: https://www.repubblica.it/ambiente/2018/12/03/news/quattro_italiani_su_10_pronti_a_mangiare_gli_insetti_il_cibo_del_futuro_-213313748/

Istituto superiore sanità, solo 2 generazioni per salvare pianeta

"Due generazioni, ovvero 20 anni, per salvare il pianeta dai cambiamenti climatici e dagli effetti devastanti che questi avranno sulla salute dell'uomo e dei territori". A lanciare l'allarme è il presidente dell'Istituto superiore di Sanità, Walter Ricciardi: "E' questo il tempo che ci rimane per mettere in atto misure concrete. Fra 20 anni potrebbe già essere troppo tardi. Già oggi le morti in Europa legate ai cambiamenti climatici sono migliaia l'anno, ma saranno milioni nel prossimo futuro se non si agisce subito".

 

"Si corre il serio rischio - ha spiegato Ricciardi, nel giorno in cui prende il via ufficiale in Polonia la Conferenza internazionale sul clima Cop24 - che i nostri nipoti non possano più stare all'aria aperta per gran parte dell'anno a causa dell'aumento delle temperature: il pericolo concreto è che le ondate di calore, che nel 2003 hanno fatto 70mila morti, possano passare da periodi limitati dell'anno a oltre 200 giorni l'anno in alcune parti del mondo". Il fatto, ha avvertito, è che "i danni sulla salute dai cambiamenti climatici sono sono visibili all'istante ma sono devastanti; si tratta, in un certo senso, di un Olocausto a fuoco lento". Già attualmente, rileva Ricciardi, "l'Organizzazione mondiale della sanità parla di 7 milioni di morti legate ai cambiamenti climatici ed in Italia ben il 12% dei ricoveri pediatrici in ospedale sono connessi all'inquinamento". Sul nesso tra cambiamenti climatici e salute si farà il punto oggi a Roma all'Istituto superiore di sanità, dove si riuniranno i massimi esperti internazionali in materia in occasione del primo simposio scientifico dedicato appunto a 'Salute e cambiamento del clima'. L'obiettivo, ha concluso Ricciardi, è "fornire ai politici e istituzioni dati certi e scientifici relativi all'impatto sulla salute, perchè prendano delle decisioni rapide, dopo che anche all'ultimo G20 non si è arrivati ad un documento finale netto. Le speranze sono ora nella Cop24 oggi al via".

 

Da Roma la prima carta internazionale su clima e salute. I ricercatori di tutto il mondo esperti di salute e clima scendono in campo con una serie di raccomandazioni per contrastare i rischi dovuti ai cambiamenti climatici. È questo l'obiettivo del primo simposio internazionale 'Health and climate change' che si apre oggi nella sede dell'Istituto Superiore di Sanità (Iss), da cui scaturirà una vera e propria 'Carta di Roma'. L'evento, a cui partecipano 500 ricercatori da 30 paesi, durerà tre giorni e affronterà tutte le tematiche legate al rapporto tra salute e clima, dalle malattie trasmissibili e non alla salute degli ecosistemi, dell'aria e dell'acqua. "Questa è una giornata molto importante perché per la prima volta la comunità scientifica, che ormai da tempo concorda nel ritenere tra i problemi più rilevanti gli effetti del clima sulla salute, si riunisce per indicare le azioni prioritarie che devono essere messe in atto sulla base delle evidenze scientifiche - spiega il presidente dell'Iss Walter Ricciardi -. L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ci dice oggi che circa 250mila morti l'hanno nei prossimi 20 anni saranno attribuibili, direttamente o indirettamente al cambiamento climatico. Come scienziati abbiamo il dovere di richiamare l'attenzione su questo problema, farlo diventare una priorità e indicare strategie per invertire questa drammatica tendenza". L'appello è stato condiviso da Tedros Adhanom Ghebreyesus, il segretario generale dell'Oms. "Se non agiamo subito - ha affermato in un messaggio al simposio - gli effetti saranno catastrofici, e i meno responsabili per i cambiamenti climatici sono i più colpiti".

 

Esperto Oms, sottovalutato impatto cambio clima su salute. "Finora è stato sottovalutato l'impatto che i cambiamenti climatici hanno sulla salute". Lo ha affermato il direttore della Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell'Organizzazione mondiale della sanità (Iarc), Christopher Wild, a Roma per il congresso internazionale 'Health and climate change' all'Istituto superiore di sanità (Iss). "L'esposizione ai fattori di rischio sarà infatti influenzata dai cambiamenti climatici e sta aumentando - ha affermato Wild - a partire dall'esposizione ad aria inquinata per arrivare agli agenti infettivi ed alle radiazioni solari".

 

FONTE: http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/clima/2018/12/03/istituto-superiore-sanita-solo-2-generazioni-per-salvare-clima-del-pianeta_da65ec96-cff8-4033-beda-d019f1147053.html

Clima: il 2018 sarà l’anno record per le emissioni di gas serra

Il 2018 sarà l’anno record per le emissioni planetarie di CO2, nonostante gli sforzi globali (veri o dichiarati) per fronteggiare il cambiamento climatico. Secondo i dati contenuti nell’ultimo Global Carbon Budget 2018, nell’ambito dell’omonimo progetto di ricerca internazionale (http://www.globalcarbonproject.org), il previsto aumento di oltre il 2% dipende da una massiccia crescita dell’utilizzo del carbone -per il secondo anno consecutivo- e da un altrettanto sostenuto ricorso a petrolio e gas.

 

I nuovi dati per l’anno in corso sono stati pubblicati in contemporanea sulle riviste scientifiche Nature, Earth System Science Data ed Environmental Research Letters. Ciò che rivelano, in estrema sintesi, è che le “emissioni globali derivanti dalla combustione di combustibili fossili dovrebbero raggiungere 37,1 miliardi di tonnellate di CO2 nel 2018″. Un traguardo inedito che segna una crescita dopo tre anni di sostanziale stop tra 2014 e 2016. “L’aumento di quest’anno è previsto al 2,7 per cento (da +1,8 a +3,7 per cento) -scrivono i ricercatori- mentre nel 2017 è stato dell’1,6 per cento”.

 

I 10 maggiori Paesi per emissioni nel 2018 sono Cina, Stati Uniti, India, Russia, Giappone, Germania, Iran, Arabia Saudita, Corea del Sud e Canada. L’Unione europea, nel suo insieme, si colloca al terzo posto.

 

A trainare l’incremento globale delle emissioni nel 2018 è il carbone, che di questo passo, come emerge dal Global Carbon Budget, si candida a superare la soglia del suo “massimo storico” raggiunta nel 2013. Anche il consumo di petrolio è registrato in forte crescita nella maggior parte delle regioni osservate, con un aumento delle emissioni da automobili e camion, compresi Stati Uniti ed Europa. “Anche i voli aerei hanno contribuito all’aumento del petrolio”, continuano i ricercatori, mentre l’uso del gas è “cresciuto quasi senza sosta negli ultimi anni”.

 

Di fronte a questi dati, il commento di Corinne Le Quéré, direttore del Tyndall Centre for Climate Change Research e professore di Climate Change Science and Policy presso l’University of East Anglia (UEA), è preoccupato: “Per limitare il riscaldamento globale entro l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di 1,5°C, le emissioni di CO2 dovrebbero diminuire del 50% entro il 2030 e raggiungere lo zero netto entro il 2050 circa. Ma siamo molto lontani da questo obiettivo e occorre fare molto di più perché siamo sulla buona strada per vedere quota 3°C di riscaldamento globale”.

 

Le emissioni in capo alla Cina, come detto, rappresentano il 27 per cento del totale globale (10,3 Gt CO2) e sono cresciute del 4,7 per cento nel 2018, giungendo così a un nuovo apice. “L’aumento delle emissioni -spiegano i ricercatori- è legato alle attività di costruzione e alla crescita economica”. Ma questi dati vanno letti con attenzione, considerando soprattuto come lungo il “flusso” delle emissioni, Pechino risulti un “esportare netto” della generazione di queste a favore di “importatori” di consumo come Stati Uniti ed Europa.

 

La realtà spazza via qualsiasi negazionismo. “Quest’anno abbiamo visto come il cambiamento climatico può già accrescere l’impatto di ondate di calore in tutto il mondo -continua Le Quéré-. Gli incendi in California sono solo un’istantanea degli impatti crescenti che dobbiamo affrontare se non limitiamo rapidamente le emissioni”.

 

Tutto questo non significa che i passi verso la “decarbonizzazione” non siano stati compiuti. Glen Peters, ricercatore presso il “CICERO” (Center for International Climate Research) di Oslo, ha studiato da vicino il quadro emissivo. “Gli impegni globali assunti a Parigi nel 2015 per ridurre le emissioni non sono ancora accompagnati da azioni proporzionate. E nonostante la rapida crescita delle tecnologie a basse emissioni di carbonio, come l’energia solare ed eolica, i veicoli elettrici e le batterie, non si sta facendo abbastanza per supportare politiche che vadano a limitare la quantità di anidride carbonica immessa in atmosfera”. Il mondo, dunque, sta venendo meno ai propri impegni scolpiti nell’accordo di Parigi nel 2015.

 

“La concentrazione di anidride carbonica (CO2) in atmosfera, la causa principale del cambiamento climatico, è destinata infatti ad aumentare in media di circa 2,3 parti per milione nel 2018 -continuano i ricercatori-, raggiungendo così circa 407 parti per milione nel corso dell’anno. Si tratta del 45% in più rispetto ai livelli preindustriali”. Il cambiamento è urgente.

 

Alla voce “buone notizie” si ritrova l’elenco dei 19 Paesi dove le emissioni sono state ridotte a fronte di una crescita economica. Si tratta di Aruba, Barbados, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Groenlandia, Islanda, Irlanda, Malta, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia, Svizzera, Trinidad e Tobago, Regno Unito, Stati Uniti e Uzbekistan. Tutti hanno ridotto le loro emissioni nell’ultimo decennio (2008-2017). Quindi non tutto è perduto. Anche perché la diffusione delle energie rinnovabili nel mondo sta accelerando “in modo esponenziale”, con la produzione di energia elettrica che nell’ultimo decennio è cresciuta in media del 15% ogni anno. È il motivo per cui Christiana Figueres, a capo della Mission 2020 e autrice del Nature Commentary, ha ricordato come “Le emissioni globali di CO2 devono iniziare a diminuire a partire dal 2020 se vogliamo raggiungere gli obiettivi di temperatura dell’accordo di Parigi, ma questo è alla nostra portata. Abbiamo già ottenuto risultati che fino a dieci anni fa sembravano inimmaginabili […] I costi delle tecnologie per le energie rinnovabili sono diminuiti dell’80% in un decennio e oggi oltre la metà di tutta la nuova capacità di generazione di energia è rinnovabile. Prima del 2015 molti pensavano che l’accordo di Parigi fosse impossibile, ma migliaia di persone e istituzioni hanno reso il passaggio da impossibile a inarrestabile. E lo stesso vale per la decarbonizzazione dell’economia”.

 

di Duccio Facchini

FONTE: https://altreconomia.it/clima-record-2018/

 

Cop24 Unfccc, clima: cercasi disperatamente leadership mondiale

Il Segretario generale dell’Onu, António Guterres, si è complimentato per la conclusione del deludente Summit  del G20 perché la Dichiarazione di Buenos Aires, nonostante le pressioni di Donald Trump e dei suoi alleati australiani, brasiliani e sauditi conferma l’Accordo di Parigi sul clima e gli obiettivi di sviluppo sostenibile per il 2030 che  si basano in gran parte sulla resilienza climatica e ambientale. Per Guterres, questo accordo concluso dai leader delle 20 più grandi  economie del mondo, che rappresentano la parte più grande delle emissioni mondiali di gas serra, possono aiutare la comunità internazionale a fare in modo che il cambiamento climatico sia una corsa che possiamo vincere. E’ una corsa che dobbiamo vincere».

 

In un comunicato, il segretario generale dell’Onu evidenzia che «La dichiarazione del G20 sottolinea 3 messaggi chieve in rapporto agli impegni mondiali del momento. I leader del G20 hanno riaffermato il loro sostegno all’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile il nostro progetto mondiale per una globalizzazione giusta che non lasci nessuno da parte. Il documento si è impegnato a utilizzare tutti gli strumenti politici per pervenire a una crescita forte, sostenibile, equilibrata e inclusiva». Ma il capo dell’Onu, mentre stava per cominciare a Katowice, in Polonia, la 24esemima Conferenza delle parti dell’United Nations framework convention on climate change (Cop24 Unfccc), si è soprattutto rallegrato che «I leader del G20 hanno sottolineato la necessità di rafforzare l’ambizione nella lotta contro il cambiamento climatico e hanno espresso il loro deciso sostegno ai Paesi firmatari per l’attuazione degli impegni enunciati nei loro Nationally Determined Contribution. L’accordo sil programma di lavoro da Parigi alla Cop di Katowice – essenzialmente il libro delle regole per l’applicazione – farà progredire considerevolmente l’attuazione».

 

In realtà Guterres preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno e sa bene che la prudente ed esangue Dichiarazione di Buenos Aires segna la definitiva uscita degli Usa di Trump  dall’Accordo di Parigi, come sa che gli Usa sono a  Katowice per boicottare ogni significativo passo avanti verso gli obblighi di ridurre i gas serra e il consumo dei combustibili fossili insieme ai loro alleati eco-scettici che restano nell’Unfccc apparentemente solo per sabotarla.

 

Dopo un anno di catastrofi climatiche devastanti in tutto il mondo, dalla California al Kerala, dalle Tonga al Giappone e all’Italia, la Cop24 Unfccc che si è aperta ieri  sconta proprio la mancanza di una vera leadership climatica internazionale e Unione europea e Cina, le uniche in grado di  rafforzare la cooperazione internazionale e fare in modo che gli NDC siano attuati e gestiti in maniera equa e trasparente,  sono in difficoltà per le loro contraddizioni e difficoltà interne.

 

Aprendo la Cop24 la segretaria esecutiva dell’Unfccc, la messicana Patricia Espinosa, ha ricordato che «Quest’anno sarà probabilmente uno dei 4 più caldi mai registrati. Le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera hanno raggiunto livelli record e le emissioni continuano ad aumentare. Le ripercussioni del cambiamento climatico sono peggio che mai. Questa realtà ci dice che dobbiamo fare molto di più: la Cop24 deve fare in modo che questo si produca».

 

Dalla Cop24 dovrebbe uscire un insieme finale di direttive per l’attuazione  che permettano di avviare azioni concrete a favore del clima, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, in particolare per quanto riguarda l’adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici, la riduzione delle emissioni di gas serra e i contributi finanziari ed altri sostegni ai Paesi in via di sviluppo. Tutti impegni che Trump e i sui accoliti vedono come il fumo negli occhi.

 

6 mesi dopo la Cop22 Unfccc di Parigi del 2015 sono state avviati i negoziati sulle direttive di applicazione che la Cop24 dovrebbe approvare, ma all’UInfccc ricordano che, «Benché i governi si siano impegnati a finalizzare queste direttive al fine di sfruttare tutto il potenziale dell’Accordo, molto resta ancora da concludere a Katowice».

 

Il presidente della Cop24, Michal Kurtyka, ha detto che «L’Accordo di Parigi del 2015 è entrato in vigore più rapidamente di ogni accordo di questo tipo. Chiedo adesso a tutti i Paesi unirsi, basandosi su questo successo, e rendere l’accordo pienamente funzionale. Siamo pronti a lavorare con tutti i Paesi al fine di assicurarci che lasceremo Katowice con un insieme completo di direttive per la messa in opera e con la certezza che abbiamo servito il mondo e la sua popolazione».

 

Il problema è che la spinta che dette velocità alla ratifica dell’Accordo di Parigi era dovuta alla presenza di una leadership globale che quell’Accordo lo aveva fortemente voluto e che oggi al posto di Barack Obama c’è Donald Trump e che al posto di Lula e Dilma Roussef c’è Jair Bolsonaro. Resta a giganteggiare solo Papa Francesco con la sua Laudato Si’, ma è il monarca dello Stato più piccolo de mondo e, come avrebbe detto Stalin, non ha molte divisioni se non quelle dei fedeli cattolici e dei suoi vescovi a volte recalcitranti.

 

Forse la nuova leadership climatica è collettiva, Come ha fatto notare la Espinosa, «I Paesi godono di un largo consenso a favore di un’azione rapida per il clima, la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e la richiesta di soluzioni sono aumentate a causa delle prove evidenti che il nostro clima sta cambiando. Non possiamo semplicemente dire a dei milioni di persone in tutto il mondo che soffrono già per gli effetti del cambiamento climatico che non abbiamo mantenuto le promesse»,

 

L’altra leadership che può aiutare l’Unfccc è quella scientifica: la Cop24 arriva dopo una serie di rapporti, a cominciare da quello speciale dell’Ipcc sugli 1,5°C – che evidenziano che le emissioni di gas serra  stanno di nuovo aumentando invece di diminuire e che questo avrà pesantissime ripercussioni sulla salute umana, sull’economia e sulla biosfera. La Espinosa aggiunge che «Tutte queste conclusioni confermano l’ assoluta  necessità di mantenere l’impegno più fermo rispetto agli obiettivi dell’Accordo di Parigi che mirano a limitare il riscaldamento del pianeta a un livello ben inferiore ai 2° C, e di proseguire gli sforzi miranti a raggiungere gli 1,5° C. Tutta la nostra attenzione dovrà concentrarsi sulla realizzazione di questo obiettivoe sullo svluppo di un’ambizione in questo senso».

 

Uno degli strumenti per riuscirci è il Dialogo di Talanoa organizzato dalle Isole Figi alla Cop23 di Bonn per valutare i progressi compiuti dall’Accordo di Parigi e per trovare delle soluzioni pratiche e locali per aumentare l’impegno degli NDC dei singoli Paesi per ridurre le loro emissioni. Durante la riunione di alto livello che chiuderà il Dialogo di Talanoa, i ministri riuniti in Polonia esamineranno il rapporto Ipcc  sulle conseguenze di un riscaldamento globale di 1,5° C e sull’adeguamenti necessari per agire efficacemente in futuro. L’Espinosa ha commentato: «Nutro la speranza che questo darà ai ministeri l’occasione di lanciare un segnale politico a favore di un’ambizione accresciuta».

 

I numeri della Cop24 Unfccc, che punta alla carbon neutrality e alla parità di genere, sono impressionanti: ospiterà oltre 28.000 persone, che comprendono quasi 13.000 negoziatori delle diverse delegazioni nazionali, circa 450 membri delle agenzie Onu, oltre 7.000 osservatori di organizzazioni non governative e 1.500 rappresentanti dei media. Oltre a oltre 6.000 dipendenti, la conferenza impiega circa 500 volontari.  Lo spazio per le conferenze fornito dal governo polacco in soli sei mesi copre un’area di circa 100.000 m2  e quasi 2.000 persone hanno lavorato alla costruzione e alla sistemazione dello spazio della conferenza.

 

Ben oltre 100 eventi metteranno in risalto l’azione climatica per trasporti, acqua, uso del suolo, energia, industria della moda, per citarne solo alcuni, ai quali parteciperanno amministratori delegati, sindaci, governatori e leader della società civile.

 

Oggi ci sarà l’inaugurazione ufficiale con la cerimonia di apertura alla presenza di circa 40 Capi di Stato e del segretario generale dell’Onu  e durante la Cop24 Unfccc  i ministri e i capi di Stato di quasi 200 Paesi e territori del mondo potranno partecipare ,a eventi di alto livello su aspetti determinanti dell’azione climatica, come il bilancio pre-2020 che valuterà le misure climatiche da prendere prima del 2020; il dialogo ministeriale sul finanziamento climatico che esaminerà lo stato dei flussi finanziari mondiali legati al clima che emergono dalla terza Valutazione biennale; la riunione sull’Azione climatica mondiale che offrirà una visione unica del modo in cui il mondo è colpito dal cambiamento climatico e di come i diversi settori affrontano il problema.

 

di Umberto Mazzantini

 

FONTE: http://www.greenreport.it/news/clima/cop24-unfccc-clima-cercasi-disperatamente-leadership-mondiale-video/

Cosa sono i prodotti Ogm, si trovano in Italia?

Gli Ogm sono un tema divisivo, ma pochi sanno esattamente cosa siano. In Italia non si possono coltivare ma alcune varietà di mais, soia, colza e mais – indicate dalla Commissione europea - si possono importare. Ben l’87% dei mangimi animali contiene Ogm anche perché è Ogm – ad esempio – il 77% della soia coltivata nel mondo, mentre la la presenza negli alimenti che troviamo al supermercato è molto bassa, circa il 4% stando ai risultati di un’indagine del ministero della Salute. Se gli alimenti che contengano più dello 0,9% di ingredienti Ogm devono indicarlo in etichetta, non è necessario che il latte o la carne provenienti da un animale alimentato con mangimi Ogm siano etichettati “Ogm” (LO SPECIALE).

 

Ogm, una definizione legale

Ma che cosa si intende per Ogm? Non basta che un organismo sia stato “geneticamente modificato” a renderlo, da un punto di vista legale, un Ogm. Così come non basta che sia resistente a un dato pesticida o che sia più resistente a un fungo o una malattia. Questa etichetta dipende infatti non dal risultato, quanto dal modo in cui la pianta è stata modificata. A fare la distinzione è la “Direttiva 2001/18/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 12 marzo 2001 sull’emissione deliberata nell’ambiente di organismi geneticamente modificati”. Nella Direttiva si precisa che, mentre si considerano Ogm le piante ottenute con fusione cellulare o la microiniezione, esistono deroghe per la fecondazione in vitro, la poliploidia, la fusione cellulare e la mutagenesi.

 

Piante mutate ma non Ogm

Il fatto che tecniche come la mutagenesi indotta con prodotti chimici o con radiazioni e raggi X siano permesse, senza il bisogno di etichettare gli organismi ottenuti come “Ogm”, ha permesso nei decenni di creare migliaia di varietà di piante che hanno le stesse caratteristiche di alcuni Ogm, ma che a differenza degli “Ogm per legge” sono già nei nostri supermercati e mercatini a km 0, persino biologici. Con risultati talvolta paradossali, come quello delle mele che racconteremo nell’inchiesta Un piatto di Salute, in onda lunedì 3 dicembre alle 20.20 su Sky Tg24 e in streaming sul nostro sito.

 

La zona grigia delle nuove tecniche

In questo panorama, resta da chiarire la posizione delle cosiddette “New Breeding Techniques” (NBT), tra cui le più promettenti sono il genoma editing e la cisgenesi. Dal punto di vista legale si trovano ancora in una zona grigia perché non implicano un trasferimento di geni da una specie all’altra. Si tratta delle tecniche tecnologiche più avanzate nel campo, che in futuro potrebbero essere applicate in Europa senza i vincoli degli Ogm.

 

Genoma editing e cisgenesi

La tecnica del genoma editing consente di modificare la sequenza di un gene senza apportare materiale genetico esterno, ottenendo una varietà nuova (e mutata), ma non un organismo transgenico. La cisgenesi invece prevede il trasferimento di porzioni ben precise di Dna tra due piante della stessa specie. Anche in questo caso non si ottiene un organismo transgenico, perché il materiale genetico proviene da una specie sessualmente compatibile.

 

A luglio 2018 una sentenza della Corte di Giustizia europea le ha comunque equiparate alla transgenesi, quindi agli Ogm. Una sentenza che, per quanto non abbia ancora un valore di legge, sembra anticipare una chiusura futura da parte delle istituzioni europee di fronte alle “nuove tecniche di breeding”.

 

di Chiara Piotto

 

FONTE: https://tg24.sky.it/ambiente/approfondimenti/prodotti-ogm-cosa-sono.html