Alghe al posto dei lampioni per illuminare di notte le città

La problematica della corretta illuminazione notturna e dell'elettricità che richiedono le nostre strade per essere sicure è da sempre un affare di grande dibattito. Per risparmiare sulla luce e gravare meno sull'ambiente molti luoghi sono passati all'illuminazione a LED, che è tra quelle disponibili l'illuminazione attualmente più efficiente dal punto di vista energetico, ma la verità è che se si trovasse una fonte di energia rinnovabile per risolvere questa problematica sarebbe l'ideale.

 

I ricercatori della Technical University of Denmark  hanno deciso di concentrarsi su questo e hanno proposto una soluzione perfetta secondo loro, che anche se non richiede elettricità, ha la forza di illuminare le nostre strade: l'alga. Già: le microalghe bioluminescenti, che praticamente esistono in tutte le parti calde degli oceani del mondo.

 

La fonte di questa bioluminescenza è costituita da due molecole: la luciferasi, un enzima, e la luciferina, una molecola prodotta dalla fotosintesi. Queste molecole sono attivate da una reazione chimica innescata da movimenti come lo schianto delle onde sulla riva o un pesce che passa. Quando si verifica questa reazione, le alghe emettono una luce blu, anche se solo per un momento.

 

Il gruppo di ricerca ritiene che i geni per la bioluminescenza potrebbero essere isolati e quindi trasferiti ad altri organismi vegetali più grandi che potrebbero essere utilizzati per fornire una fonte continua di luce blu durante la notte. Una lampada a base di alghe funzionerebbe come una combinazione di cella solare e accumulatore di batteria in cui l'energia solare durante il giorno verrebbe convertita in combustibile che l'organismo immagazzinerebbe e durante la notte verrebbe utilizzata per emettere luce blu.

 

Se questo trasferimento genico sarà possibile cambierà il modo in cui guarderemo le nostre città, visto che cambierà la tonalità della loro luce, ma avremo una fonte veramente pulita a generarla.

 

FONTE: http://www.ecoseven.net/ecoinvenzioni/alghe-al-posto-dei-lampioni.html

Eco-party e stampa 3D, le startup italiane puntano su idee "green"

La creatività "made in Italy" scommette in modo sempre più convinto sulla sostenibilità. Non solo come fonte di guadagno, ma come filosofia di vita. Tra macchine mangiaplastica e feste plastic free ecco alcuni esempi.

 

Promuovere la cultura del riuso, del riciclo, incentivare la riduzione degli sprechi e l'utilizzo di materiali che abbiano il minor impatto ambientale possibile. Sono tante le startup e le aziende italiane che puntano sulla sostenibilità. Non solo come fonte di guadagno, ma in modo convinto come filosofia di vita. Così nascono macchine che "mangiano" plastica e aiutano a ridurre i rifiuti durante gli eventi, attività di eco-planning degli eventi e modalità di riciclo plastica in chiave design grazie alla stampa 3D. Ecco alcuni esempi, tutti made in Italy.

 

Il riciclo "utile" alla stampa 3D

Sostenibilità e design si sposano in un progetto nato a Torino tra i banchi universitari e volto al riutilizzo della plastica nella stampa 3D. L'idea è di tre (ormai ex) studenti - Fabrizio Mesiano, Fabrizio Pasquero e Alessandro Severini - che nel 2014 danno vita alla startup "Felfil" in seno all'incubatore I3P del Politecnico torinese. Hanno sviluppato macchine che trasformano la plastica in fili che poi vengono usati dalle stampanti 3D per realizzare gli oggetti più disparati, da portachiavi a cover di smartphone. In gergo si chiamano "estrusori". In questo modo, spiegano, invece di disperdere plastica nell'ambiente o mandarla alla termovalorizzazione, questo materiale viene riusato e trasformato in nuovi oggetti stampati in 3D. L'idea nasce da una convinta adesione alla cultura del riuso. Sulla piattaforma di crowdfunding Kickstarter Felfil è stato uno dei primi soggetti italiani presenti: nel 2015 in 30 giorni raccolse 45 mila euro. Da due anni il sistema ha superato la fase di prototipo ed è disponibile a livello globale: al momento Felfil è "arruolata" a ogni latitudine e per scopi diversissimi. Usano questi estrusori una ventina di atenei di tutto il mondo e perfino una società aerospaziale statunitense. L'obiettivo, spiegano i fondatori, è quello di permettere a chiunque in un laboratorio, azienda o a casa di completare autonomamente il percorso del riciclo della plastica.

 

Bottigliette di plastica e lattine diventano eco-bonus

Il rispetto dell'ambiente, l'attenzione al riciclo e alla riduzione degli sprechi vanno anche incentivati. Ne è convinta Eurven, azienda veneta specializzata in eco-compattatori che realizza dei "riciclatori" per la raccolta incentivante della plastica. Si tratta di macchine che letteralmente "mangiano" bottigliette di plastica (ma anche altri materiali come alluminio o vetro, quindi lattine e bottiglie) e in cambio danno buoni sconto o bonus in euro. Come per il meccanismo di vuoto a rendere, questi dispositivi “insegnano” che i rifiuti hanno un valore. L'azienda è attiva con collaborazioni su tutto il territorio italiano ma da poco si è lanciata nel jet-set estivo. Gli eco-compattatori hanno debuttato anche in alcune location di concerti importanti per evitare la dispersione della plastica. Caso emblematico la città di Lignano Sabbiadoro che li ha usati di recente al concerto di Vasco Rossi: in questa serata sono stati raccolti ben 225 chili di plastica pari a 10 mila bottiglie. L'equivalente di 50 metri cubi di imballaggi compattati: 20 cassonetti della spazzatura in meno. Calcolato un risparmio del 60% di energia e del 70% di ingombro e 250 chili di anidride carbonica emessa in meno. Le macchine "mangia-plastica" torneranno a Lignano per i concerti di Cesare Cremonini (15 giugno), Negramaro (24 giugno) e per la fan race The Color Run del 28 luglio.

 

I party con l'anima "green"

Comincia a intravedersi un'anima "green" anche nell'organizzazione di eventi, feste e ricevimenti: un settore che spesso è molto attento al risparmio nel portafogli ma non per risorse e materiali. Intercetta questa tendenza la startup romana di tre ragazze - Claudia Minniti, Olga Romano e Rosa Ciacci - che in tre anni hanno messo in piedi un'attività da eco-planner con allestimenti in tutta Italia. "L'idea è nata per uscire dal precariato", spiega a SkyTG24.it Rosa Ciacci, "ma per noi è diventata anche una sfida per promuovere un'economia civile e dei valori green". C'è chi chiede eventi sostenibili solo "di facciata", perché l'eco-friendly oggi fa tendenza, ma ci sono clienti che "chiedono sempre più consapevolmente di realizzare eventi sostenibili". Che vuol dire ridurre al minimo gli sprechi, utilizzare materiali di riciclo, carte ecologiche (anche quella piantabile, tree free o di alghe). Banale, ma non troppo, la messa al bando della plastica monouso, sostituita da materiali ecologici, biodegradabili, compostabili, realizzati anche con bio plastiche in fibra di mais, in legno, in foglie di palma cadute naturalmente dalle piante durante il loro ciclo biologico. Nata grazie a un bando del 2015 di Coopstartup nel Lazio, la startup Ecoplanner punta a traghettarsi nella fase di impresa entro dicembre.

 

Obiettivo: 100% riciclo per la plastica

Anche nell'utilizzo della plastica può esserci una coscienza "green": la startup Socopet ha sviluppato una tecnologia per una plastica alimentare Pet che è riciclabile al 100%. Un dettaglio non da poco, grazie al quale i contenitori e i recipienti realizzati con questo materiale (alternativi a quelli tradizionali del mercato alimentare) possono essere interamente riciclati. È una plastica "pregiata", destinata in maniera certa e completa alla filiera del riciclo, che non rischia di essere dispersa nell'ambiente, inquinando, o di essere termovalorizzata. Quest'anno il progetto ha chiuso una campagna di equity crowdfunding sulla piattaforma Mamacrowd.com: l'obiettivo era raccogliere 100 mila euro, ma Socopet ne ha ottenuti oltre 340 mila. Tra i clienti attuali ci sono anche colossi mondiali del food e importanti marchi italiani di conserve alimentari.

 

di Stefania Passarella

 

FONTE: https://tg24.sky.it/ambiente/2018/06/07/startup-italiane-sostenibili.html

 

Investimenti fossili, creeranno una pericolosa bolla del carbonio

La fine dell’era fossile è più vicina di quanto prospettato sino a ieri. E la capacità di saper investire sul cambiamento tecnologico sarà il discrimine tra i futuri “vincitori” e “vinti”. Ne è fortemente convinto un nutrito gruppo di ricercatori sino-britannici che ha analizzato le conseguenze politiche ed economiche della transizione energetica. “Diverse importanti economie fanno molto affidamento sulla produzione e sulle esportazioni di combustibili fossili, ma l’attuale diffusione di tecnologie a basse emissioni di carbonio, l’efficienza energetica e la politica climatica potrebbero ridurne sostanzialmente la domanda globale”, si legge nello studio pubblicato dal team su Nature Climate Change.

 

In realtà, finora le indicazioni climatiche globali, Accordo di Parigi in primis, non hanno scoraggiato minimamente gli investimenti fossili. Uno degli atteggiamenti più diffusi, a livello delle grandi potenze, è quello di spostare molto avanti nel tempo qualsiasi scadenza o data d’impegno. Ma i ricercatori sono convinti che il cambiamento tecnologico, anche senza nuove politiche climatiche, sia destinato a ridurre drasticamente la crescita della domanda globale per carbone, gas e petrolio e che, a differenza di quanto ipotizzato dalla IEA, potrebbe raggiungere il picco nel prossimo futuro. Eventuali nuovi obiettivi e misure contro il climate change non farebbero altro che accelerare il tutto.

 

In questo contesto i continui investimenti fossili rischiano di creare una pericolosa “bolla di carbonio” che potrebbe esplodere, determinando importanti conseguenze economiche e geopolitiche.

 

Gli scienziati hanno analizzato il trend di declino per le fonti convenzionali utilizzando nuove tecniche di modellizzazione che monitorano la diffusione di tecnologie low carbon sulla base di dati empirici.  Hanno poi rintracciato ciò che questo significa per le singole economie nazionali. Il risultato è che la transizione si tradurrà in chiari benefici per Paesi importatori di fossili come la Cina e l’UE, e in seri danni economici per gli esportatori come la Russia, gli Stati Uniti o il Canada. Se quest’ultimi dovessero mantenere gli attuali livelli di produzione e investimenti fossili, nonostante la diminuzione della domanda, la perdita di ricchezza globale potrebbe essere enorme: fino a 1.000-4.000 miliardi di dollari, una perdita paragonabile a quella che ha scatenato la crisi finanziaria nel 2007. “Se i paesi dovessero continuare a riversare soldi in attrezzature per la ricerca, l’estrazione, il processo e il trasporto di combustibili fossili finiranno per perdere denaro su questi”, sottolineano i ricercatori. “Le nazioni dovrebbero invece sgonfiare con cura la bolla di carbonio attraverso investimenti in diverse industrie e divestment costante”.

 

FONTE: http://www.rinnovabili.it/energia/investimenti-fossili-bolla-carbonio/

 

Giornata mondiale dell'ambiente: tutti insieme contro la plastica

DIAMOCI da fare. Ridurre, riciclare, recuperare sono solo alcune delle azioni che possiamo abbracciare per frenare la diffusione della plastica. Un imperativo dettato dalle Nazioni Unite che, dedicando la Giornata dell'Ambiente di quest'anno alla lotta alla plastica, ricorda l'urgenza al livello globale. "Rifiutare quello che non si può riutilizzare", è l'invito lanciato da Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite nell'ottica di cambiare le nostre abitudini quotidiane."Consumatori, aziende e governi devono ridurre il consumo di materiale plastico", ribadisce il capo dell'Agenzia europea per l'ambiente (Unep) Eric Solheim sul Guardian ricordando che a cento anni dalla sua invenzione ne siamo diventati schiavi, al punto da trovarne traccia ormai ovunque nell'ambiente circostante e nella catena alimentare con microplastiche di cui stiamo ancora studiando gli effetti sulla salute.

 

L'attenzione è, dunque, e sempre di più sull'inquinamento da plastica, quindi sulla necessità di agire per contrastare il problema: a questo scopo le Nazioni Unite hanno lanciato la campagna #BeatPlasticPollution, per sensibilizzare i cittadini ed invitarli a ridurre il consumo del monouso.

 

DAI SACCHETTI AGLI IMBALLAGGI: VERSO IL RIUSO

Dal Regno Unito all'India, dall'Europa al Cile: il mondo si sta mobilitando per darsi da fare per rinunciare all'usa e getta che rappresenta l'84% dei rifiuti sparsi tra mare e litorali, contro il 16% della plastica riciclabile. Con divieti, iniziative locali, mobilitazioni sul territorio che vedono i cittadini coinvolti in prima linea. E in Italia? Intanto, fa sapere Coldiretti con i dati Eurobarometro alla mano, più di tre italiani su quattro (76%) hanno ridotto l'impiego di sacchetti di plastica. Si tratta - sottolinea la Coldiretti - di un comportamento virtuoso diffuso in realtà in tutta l'Unione Europea dove la percentuale media sale all'80%. In Italia il 27% dei cittadini ha anche evitato di acquistare oggetti di plastica monouso come piatti, bicchieri o posate mentre ben il 68% ritiene addirittura che sarebbe opportuno pagare un sovraprezzo per questi prodotti.

 

·GLI OBIETTIVI ANTI PLASTICA

In questo contesto è condivisibile la proposta del ministro dell'Ambiente Sergio Costa, intervistato da Repubblica, sull'utilizzo della leva fiscale per diminuire il costo dei prodotti 'senza plastica' e degli imballaggi più leggeri con l'obiettivo di rendere più conveniente comprare e usare prodotti sostenibili. Un direzione coerente - rilevala Coldiretti - con le misure ambiziose presentate dalla Commissione europea, nel quadro della strategia Ue per ridurre i rifiuti plastici, che prevedono che entro il 2025 gli Stati membri dovranno raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica monouso per bevande, per esempio con sistemi di cauzione-deposito, insieme al divieto di vendita di stoviglie, cannucce, agitatori per bevande, bastoncini di cotone per le orecchie e bastoncini per palloncini in plastica.

 

·LE CAMPAGNE

A chiedere il bando dell'usa e getta è anche l'associazione Marevivo che ha scritto al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ai vice presidenti Luigi di Maio e Matteo Salvini, al presidente della Camera Roberto Fico, alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, e a tutti i ministri per chiedere di dare sin da subito il buon esempio introducendo il divieto dell'impiego di prodotti di plastica non riciclabili nei servizi e negli uffici delle istituzioni. Un invito che va di pari passo con la petizione #StopSingleUsePlastic lanciata sulla piattaforma Change.org.

 

Ma per i nostri mari c'è ancora molto da fare. Lo dimostra la campagna Plastic Radar, lanciata da Greenpeace per chiamare all'azione i cittadini italiani che possono inviare una foto dei rifiuti in plastica trovati in mare e sulla spiaggia. L'obiettivo è quello di inquadrare il fenomeno dell'inquinamento con numeri e marchi coinvolti, così da potere richiamare l'attenzione delle aziende per un cambio di marcia.

 

·LE AZIENDE SOTTO ACCUSA

Appartengono per la maggior parte a Coca-Cola, Unilever, Nestlè e Procter & Gamble i rifiuti in plastica raccolti e catalogati recentemente dalla stessa Greenpeace e da altre organizzazioni del movimento Break Free From Plastic in alcune spiagge delle Filippine. Anche a queste aziende, e alle maggiori potenze economiche che si incontreranno nei prossimi giorni al G7 in Canada, Greenpeace chiede interventi per la riduzione della produzione e immissione sul mercato di plastica usa e getta.

 

"E' necessario che i governi e le grandi multinazionali riconoscano che il riciclo non è la soluzione del problema. Bisogna fermare l'inquinamento da plastica prima che sia troppo tardi", dichiara Graham Forbes, responsabile della campagna plastica di Greenpeace. "In tutto il mondo, migliaia di persone si battono quotidianamente contro l'inquinamento da plastica, ma questa crisi ambientale necessita di interventi urgenti e azioni concrete per ridurre la produzione e il consumo di plastica monouso".

 

Il movimento Break Free From Plastic - che rappresenta più di 1.200 gruppi in tutto il mondo tra cui Greenpeace - chiede ai paesi del G7 di approvare obiettivi di riduzione e divieti per la plastica monouso, investire in nuovi modelli di consegna dei prodotti basati sul riutilizzo e creare un sistema di tracciabilità della merce che renda le aziende responsabili della plastica che producono. Negli ultimi mesi, McDonald's, Starbucks, Procter & Gamble, Nestlè, Coca-Cola, Pepsi e Unilever hanno pubblicato piani volontari relativi all'inquinamento da plastica, ma nessuna delle aziende ha adottato interventi drastici per ridurre la produzione di imballaggi monouso.

 

·LE MOBILITAZIONI NEL MONDO

Mentre le aziende sono ancora riluttanti ad assumersi le proprie responsabilità, in tutto il mondo, tante persone si stanno attivando per promuovere cambiamenti attraverso azioni di pressione su imprese e governi chiedendo di ridurre o vietare la plastica usa e getta. Un gruppo di cittadini di Veracruz, in Messico, ha ottenuto il bando dei sacchetti di plastica e delle cannucce nel loro Stato.

 

·LE BUONE AZIONI

Prodotti alla spina, riciclo di pannolini, borraccia al posto della bottiglietta di plastica e buoni spesa in cambio della restituzione di plastica da riusare sono solo alcune delle buone pratiche avviate in Italia adottando una nuova cultura dell'ambiente. Ma nel resto del mondo gli esempi virtuosi orientati al riciclo dei materiali inquinanti sono davvero tanti e possono fornire altri spunti alle amministrazioni locali così come ai singoli cittadini.

 

Ullapool, un villaggio scozzese, è diventato il primo comune plastic-free a seguito dell'attività di sensibilizzazione e pressione di alcuni bambini della scuola locale. Quasi 100 bar in Grecia hanno accettato di concedere sconti a tutti i clienti che impiegano le loro tazze riutilizzabili e in Italia, a seguito dei risultati delle indagini di Greenpeace e del Cnr in cui erano stati riscontrati elevati livelli di microplastica nelle acque delle Isole Tremiti, il sindaco ha vietato la vendita di alcuni prodotti in plastica monouso. "Iniziative come queste mostrano che ognuno può fare la differenza, facendo pressione su governi e multinazionali perchè si facciano carico di questa grave crisi ambientale - dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia - perciò invitiamo tutti gli amanti del mare a usare Plastic Radar (plasticradar.greenpeace.it) segnalando la presenza di rifiuti di plastica in mare via Whatsapp al numero +39 3423711267".

 

FONTE: http://www.repubblica.it/ambiente/2018/06/05/news/giornata_mondiale_dell_ambiente_tutti_insieme_contro_la_plastica-198215189/

 

Politecnico di Milano: efficienza energetica in Italia, 2017 l’anno di svolta

Secondo l’Energy Efficiency Report 2018 (ottava edizione) realizzato dall’Energy&Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano, «Il 2017 è stato un anno di grande fermento in Italia per il settore dell’efficienza energetica, finalmente avviato su un sentiero di solida crescita. Gli investimenti si sono attestati a 6,7 miliardi di euro, con un trend che da 5 anni continua a mantenersi molto positivo: +10% rispetto al 2016, di nuovo un incremento a doppia cifra dopo il “boom” del 2014, e un tasso di crescita annuale composto (Cagr) dell’12%. E dalla prospettiva degli operatori lo sviluppo sembra confermato anche nel corso del primo semestre 2018».

 

Presentando oggi il rapporto, un accurato lavoro di raccolta e analisi dei dati al quale hanno collaborato moltissime aziende e operatori del comparto, Vittorio Chiesa, direttore dell’Energy&Strategy Group, ha ricordato che «Non mancano le difficoltà e sono ancora molte le incertezze, a partire da quelle del quadro regolato­rio, eppure appare chia­ro come il settore dell’efficienza energetica, per un periodo non piccolo considerato il “fratello mi­nore” delle rinnovabili, si sia definitivamente emancipato e abbia raggiungo la piena maturità. Il 2017 infatti ha visto un fiorire di acquisizioni e operazioni di partnership strategiche che hanno ridisegnato il perimetro di attività delle grandi utilities e cambiato decisamente il panorama italiano delle ESCo: quelle certificate sono aumentate del 30% e si è sfiorata quo­ta 10.000 addetti (+34%). Complessiva­mente i numeri delle ESCo nel corso dell’ultimo anno sono cresciuti più che nell’intero periodo 2012-2016: segno inequivo­cabile di un cambio di marcia».

 

Al Politacnic di Milano dicono che «A guidare la classifica degli investimenti è ancora il segmento Home & Building con ben il 65% del totale (+10%), seguito dal 33% del comparto industriale (+12%), circa 2,2 miliardi di euro, e dalla Pubblica Amministrazione, buona ultima, che cuba appena il 2%. I 6,7 miliardi di euro di investimenti in efficienza energetica hanno interessato diverse soluzioni e tecnologie, come dimostra l’analisi campionaria effettuata dall’E&S Group con la raccolta di informazioni da parte di 191 imprese industriali e interviste mirate a rappresentanti delle principali associazioni di categoria. La parte del leone la fanno le pompe di calore, che da sole valgono il 21% del mercato (ne sono state installate circa 500.000), seguite da sistemi di illuminazione efficiente (18% degli investimenti), superfici opache (16% del mercato) e impianti di cogenerazione, che pesano per il 9% con l’installazione di circa 450-500 MW. Le tecnologie che presentano un tasso di crescita negli investimenti superiore a quello della media di mercato (10%) sono soprattutto pompe di calore e sistemi di illuminazione, poi caldaie a condensazione, interventi sul processo produttivo e SGE. Solo per motori elettrici e inverter (-17% e -30%), solare termico (-8%) e interventi nel campo della refrigerazione (-29%) si registra un segno negativo, cosa che testimonierebbe un crescente interesse verso gli interventi che coinvolgono l’involucro e i sistemi di condizionamento estivo e invernale a dispetto dei fattori di risparmio del vettore elettrico».

 

Per quanto riguarda il comparto industriale, le soluzioni di efficienza energetica più adottate nel 2017 sono state la cogenerazione  (investimenti per 582 milioni di euro) e i sistemi di combustione efficienti (493 milioni di euro), cioè oltre il 50% del totale del settore. Si attestano su buoni livelli (246 milioni, +23%) anche gli investimenti per realizzare interventi ad hoc sul processo produttivo, seguti da quelli sull’illuminazione degli edifici e di sostituzione di motori elettrici e inverter (-19%).

 

Invece, se guarda all’Home & Building, dei 4,4 miliardi investiti oltre l’80% è andato al segmento residenziale, un buon 15% agli uffici e quel che resta a Grande distribuzione organizzata e otel), ma  il rapporto evidenzia che «Appena il 20% riguarda nuove costruzioni, ben l’80% delle spese in efficienza energetica è dedicato a interventi di retrofit.  Nel complesso, le prime tre soluzioni tecnologiche adottate nel comparto sono state pompe di calore, superfici opache e sistemi di illuminazione».

 

Secondo l’’Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano, «Il 2017 può essere considerato come un momento di svolta, probabilmente il vero inizio dell’efficienza energetica 2.0 nel nostro Paese. Si è infatti registrata per la prima volta con chiarezza la tendenza di grandi utility ad acquisire i maggiori fornitori di servizi specializzati in determinati settori o tecnologie, con l’obiettivo di integrare in ottica complementare le proprie risorse e competenze con quelle di soggetti esterni che abbiano una buona visibilità e copertura del mercato. Vi è stato poi l’ingresso di nuovi operatori, quali distributori e trasportatori di energia elettrica e/o gas, che hanno particolare interesse ad ampliare il proprio business e offrire così una vasta gamma aggiuntiva di prodotti e servizi. Altri soggetti «inconsueti» sono i fondi di equity dedicati al finanziamento di progetti di efficienza energetica che acquisiscono società di servizi energetici con ritorni di investimento attrattivi e con bassa volatilità. Il fenomeno della concentrazione «pair-to-pair», ossia tra ESCo, invece non è particolarmente diffuso e nel nostro campione ha avuto luogo solamente nel 17% dei casi».

 

Dal rapporto viene fuori un mercato diventato molto più dinamico: «Dal 2014 al 2017 le operazioni sono quintuplicate e si è assistito ad un ampliamento delle tipologie di soggetti acquirenti, non più solo utility, ESCo e Facility Management ma anche fondi di private equity, società di costruzioni, fornitori tecnologici e società coinvolte nella trasmissione dell’energia elettrica o nella distribuzione del gas. Nei primi tre mesi del 2018 sono avvenute tre acquisizioni, nonostante l’incertezza politica che generalmente pesa su questi tipi di operazioni. Rimangono comunque ancora tanti piccoli operatori che continuano ad agire in maniera frammentaria e che non sembrano particolarmente interessati a un processo di aggregazione. Nel corso del 2017 le ESCo certificate sono aumentate di circa il 30% (75 in più) rispetto al 2016, con una conseguente crescita di dipendenti che hanno raggiunto quota 9.819 (+2.476, pari al 34%), cioè in media 28 per impresa. Un incremento superiore a quello registrato nel periodo 2012-2016, segno  inequivocabile di un settore che ha cambiato marcia nel corso dell’ultimo anno. Tra le 347 ESCo certificate a fine 2017, il 47% vede nella consulenza tecnico-gestionale in ambito energetico il proprio core business, il 28% è nato come soggetto installatore di impianti elettrici e successivamente si è specializzato nell’efficienza energetica, mentre il resto si divide tra fornitori di tecnologie e utility.  Rispetto al 2016, i ricavi delle ESCo sono cresciuti di oltre il 10%, passando dai 3 miliardi del 2016 ai 3,4 del 2017. In particolare, il fatturato medio di quelle già certificate a fine 2016 si assesta sugli 11,8 milioni di euro, mentre quello delle 75 ESCo «nuove» è intorno ai 7 milioni. La crescita del 12% dei ricavi dell’ultimo anno è per oltre l’80% ascrivibile all’aumento del prezzo dei TEE, passati da 250 euro nel 2016 a 350 a fine 2017, e solo per la quota rimanente al miglioramento della «cattura» di valore».

 

Tra gennaio e maggio 2018 l’Energy&Strategy Group ha diffuso un questionario tra gli oltre 700 energy manager dichiarati dalla Federazione italiana per l’uso razionale dell’energia (Fire), le 191 risposte ricevute hanno costituito un campione d’indagine analogo a quello sondato nel 2017, costituito da 183 imprese italiane e «nonostante la differente composizione, le risposte sono state comparate (si tratta pur sempre del comparto industriale) per valutare le evoluzioni avvenute nel corso dell’ultimo anno».

 

A Politecnico spiegano ancora che «L’interesse a ripetere l’indagine era dato anche dalle variazioni normative destinate a modificare lo scenario di riferimento. La survey ha permesso di mappare più di 100 milioni di euro di investimenti in efficienza energetica compiuti nel 2017 e realizzati da più dell’80% del campione (nel 2016 era stato il 70%). Il dato è confermato dall’analisi dei trend di investimento: ben il 56% delle imprese intervistate ha dichiarato di aver investito di più nell’ultimo anno, il 39% si è mantenuto costante e solo il 5% ha diminuito (era il 13% l’anno precedente); per il 77% si è trattato di implementare una tecnologia alla volta, non di fare un unico intervento sistemico e integrato. E ancora, il 70% ha realizzato gli interventi internamente e il 54% ha preferito far leva sulle proprie competenze per la gestione degli incentivi correlati, così come è prevalsa la volontà di gestire internamente il finanziamento necessario, attraverso mezzi quali il capitale proprio e/o il prestito bancario».

 

A spinge le imprese a valutare e realizzare gli investimenti in efficienza energetica è soprattutto la riduzione dei consumi energetici, mentre il 57% lo ha fatto per sostituire impianti o macchinari obsoleti. Il rapporto precisa che «Il principale freno agli interventi, riconosciuto da ben 2 imprese su 3, è dato dai tempi di ritorno eccessivi. Il secondo maggior ostacolo, con una percentuale del 36%, riguarda l’incertezza del quadro normativo, ossia la difficoltà nel recepire in modo esatto gli obblighi e gli schemi di incentivazione, oltre che la discontinuità delle leggi.

 

Il rapporto evidenzia che «Nel triennio 2014-2016 sono stati realizzati circa un milione di interventi, più della metà dei quali legati alla sostituzione di serramenti e il 20% a quella degli impianti di climatizzazione invernale, per un totale di 9,5 miliardi di spesa a cui corrisponde una detrazione fiscale (al 65%) di 5,6 miliardi nei 10 anni seguenti. Le tecnologie in efficienza energetica che hanno goduto del beneficio delle detrazioni fiscali nel 2016 hanno comportato un investimento di 3 miliardi di euro, con un costo per lo Stato di circa 1,8 miliardi, soprattutto per la sostituzione di serramenti e l’installazione di pannelli solari termici. Tali costi hanno tuttavia permesso alla filiera di sviluppare un certo dinamismo, benché dalla prospettiva del mercato gli interventi più proficui siano  relativi a schermature e impianti di climatizzazione invernale, cioè quelli che meno pesano a livello di bilancio complessivo per lo Stato».

 

Per valutare la bontà degli investimenti rispetto al  risparmio energetico l’Energy&Strategy Group ha introdotto un indicatore che valuta il costo netto per lo Stato quanto a energia (kWh) risparmiata, in modo da approfondire la coerenza tra l’incentivazione e l’obiettivo raggiunto e dice che «In media il costo netto risparmiato per lo Stato è di 0,06 euro per kWh. Le quattro tecnologie che si pongono al di sopra di tale soglia sono schermature solari, sostituzione di impianti di climatizzazione invernale, sistemi di building automation e riqualificazione di edifici, le altre sono tutte al di sotto. Le schermature solari, pur essendo quelle che presentano il miglior bilancio netto per la filiera e di conseguenza per lo Stato, non si dimostrano una tecnologia particolarmente efficiente dalla prospettiva del rapporto tra costo netto per lo Stato ed energia risparmiata. Lo stesso vale per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale, i sistemi di building automation e la riqualificazione degli edifici. Non c’è quindi una particolare coerenza tra investimento realizzato, risparmio energetico conseguito e costo netto per lo Stato, anche se mancano due considerazioni importanti: l’impatto positivo sull’indotto e la quota di mercato sommerso che è «emersa» per effetto di questo meccanismo».

 

I ricercatori del Politecnico di Milano concludono: «La Legge di Bilancio 2018 ha ridisegnato lo schema di incentivazione delle detrazioni fiscali proprio per  agevolare maggiormente i lavori che migliorano la prestazione globale degli edifici:serramenti e schermature solari vedranno scendere le aliquote di detrazione al 50%, mentre gli impianti di climatizzazione invernale resteranno al 65% qualora siano presenti sistemi di termoregolazione. L’adozione di un meccanismo più bilanciato e che preveda la possibilità di cedere il credito di imposta a tutti i soggetti potrebbe costituire un forte incentivo per l’ulteriore sviluppo del mercato dell’efficienza energetica».

 

FONTE: http://www.greenreport.it/news/energia/politecnico-di-milano-efficienza-energetica-in-italia-2017-lanno-di-svolta/

Auto elettriche, nel mondo sono oltre 3 milioni

Nel mondo circolano 3,1 milioni di auto elettriche e ibride plug-in, cioè quelle dotate di batterie ricaricabili anche da prese di corrente. Solo nel 2017 ne sono state vendute più di un milione, con una crescita del 54% rispetto al dato registrato nel 2016. A certificarlo è l'Agenzia internazionale dell'energia (Iea).

 

Domina il mercato cinese

Secondo il rapporto Iea, la Cina è il più grande mercato di auto elettriche al mondo. Con 580mila veicoli, ha registrato circa la metà delle vendite globali del 2017, segnando un aumento del 72% rispetto all'anno precedente. Al secondo posto ci sono gli Stati Uniti, con circa 280mila vetture vendute nel 2017 contro le 160mila del 2016. Per quanto riguarda le quote di mercato, a primeggiare sono i Paesi del nord Europa. Le auto elettriche rappresentano il 39% delle vendite di auto nuove in Norvegia, il 12% in Islanda e il 6% in Svezia. Da segnalare anche la crescita della Germania e del Giappone dove le vendite nel 2017 sono più che raddoppiate rispetto ai livelli del 2016.

 

Migliorano le infrastrutture

Anche per le infrastrutture delle auto elettriche il 2017 è stato un anno positivo. Il numero di caricatori privati nelle case e nei luoghi di lavoro, è stimato intorno ai 3 milioni di unità in tutto il mondo. Inoltre, sempre nel 2017, sono stati  430mila i caricatori accessibili al pubblico in tutto il mondo, un quarto dei quali erano caricabatterie veloci. Questi dispositivi sono particolarmente importanti nelle città densamente popolate e svolgono un ruolo essenziale nell'incrementare l'attrattiva dei veicoli elettrici poichè consentono viaggi a lunga distanza.

 

Le ragioni della crescita

Secondo il Global Electric Vehicles Outlook dell'Iea, alla base della crescita ci sarebbero politiche più forti e il calo dei costi delle batterie. Per gli esperti il numero di auto elettriche potrebbe raggiungere i 125 milioni nel 2030 con le misure a sostegno in atto, o arrivare a 220 milioni con nuovi incentivi. La rapida diffusione dei veicoli elettrici sarebbe stata favorita anche dai progressi compiuti negli ultimi anni per migliorare le prestazioni e ridurre i costi delle batterie agli ioni di litio. Ulteriori miglioramenti, secondo gli esperti, sarebbero possibili con la transizione verso tecnologie al di là degli ioni di litio.

 

FONTE: https://tg24.sky.it/ambiente/2018/05/31/auto-elettriche-nel-mondo-rapporto-2017.html