La ciclovia Vento è la strada che unisce Torino a Venezia, a piedi o in bici

Procedono i lavori a completamento della ciclovia Vento da Torino a Venezia, il più grande progetto di mobilità dolce del Nord Italia. Si tratta di ben 679 km di strada ciclopedonale lungo l’asse del Po. Andiamo a scoprirlo!

 

La ciclabile Vento 

Chiamata comunemente Vento, che sta per Ven(ezia)-To(rino) è una pista ciclabile di 679 km che unisce le due città. Si tratta del più grande progetto di ciclovia italiana che porta da Venezia a Torino, passando da Milano, per poi proseguire oltralpe, costeggia il fiume Po e attraversa tutta la Pianura Padana.

 

Non è tra le più lunghe in Europa, ma per l’Italia è il primo esempio di investimento in mobilità dolce e avvicina finalmente l’Italia alle piste europee più conosciute. 

 

Il progetto 

La ciclovia Vento è stata progettata da un team di architetti, pianificatori ed esperti di urbanistica del Politecnico di Milano.

 

Concept di progetto 

L’idea dei progettisti era di realizzare non una semplice ciclabile, ma un bene al servizio di tutti i Comuni che vengono attraversati.

 

Vento è un opera che può portare grandi vantaggi economici, facendo rifiorire l’economia di tutti i territori, anche i piccoli paesi, che si trovano sulle rive del Po. Oltre ad essere un progetto in linea con le nuove richieste di mobilità sostenibile e turismo ecocompatibile. Molte aree europee sono infatti  già provviste di lunghe ciclovie trans-nazionali molto amate e utilizzate dai cicloturisti.

 

Tra gli obiettivi del progetto c’è anche quello di incrementare il turismo in Italia: la ciclovia attraversa città d’arte e piccoli villaggi, aree protette e territori di grande valore storico.

 

Da qui l’opportunità di sfruttare l’immenso patrimonio rurale e artistico per aprire allo sviluppo di un interessante nicchia di mercato turistico.

 

Non è stato facile, ammettono i ricercatori del Polimi, incontrare il consenso delle istituzioni, che tuttavia stanno aderendo sempre più. A dover cambiare è stata la concezione del trasporto su due ruote, per passare da quella della viabilità urbana a quella del lavoro sinergico per una ciclovia che possa essere gestita in cooperazione e che possa portare, allo stesso modo, benefici a tutto il territorio incluso nel tracciato, grazie allo sviluppo delle strutture ricettive per i turisti.

 

Obiettivi della ciclovia Vento

Il progetto non si esaurisce nella realizzazione di una pista ciclabile, ma intende favorire anche la nascita del turismo su due ruote, praticamente assente in Italia, e che invece in molti Paesi più a Nord costituisce una importante voce nel bilancio turistico.

 

Un’idea di mobilità sostenibile, quindi, che è anche una proposta per superare la crisi economica attraverso la valorizzazione delle risorse già presenti.

 

Costo del progetto 

Il progetto della ciclovia Vento è ambizioso. Proprio in quest’ottica l’équipe di ricercatori ha percorso, in sella alle bici, i 679 km di territorio interessato, valutando caso per caso tutti gli ostacoli presenti e le più efficaci soluzioni per garantire il passaggio ed elaborare un tracciato che tenga conto di tutte le piste già presenti ed utilizzabili. In questo modo è stato possibile contenere i costi del progetto.

 

Si stima dunque un costo complessivo per la realizzazione della pista ciclopedonale di oltre 80 milioni di euro proprio perché  si parte da una rete di ciclabili già esistenti, che al momento costituiscono il 15% dell’intera opera.

 

Per superare il problema degli sbarramenti e recinzioni che al momento non permettono di chiudere alcuni anelli ciclabili basterebbe un impegno della politica nella semplificazione dei regolamenti d’uso sugli argini o sulle strade vicinali.

 

La spesa è da suddividere tra tutti gli enti pubblici che ne usufruiranno: Stato, Regioni (sono 4), Province (12) e molti comuni coinvolti nel tracciato.

 

Dove passa la ciclovia Vento? 

La Vento vuole portare il ciclista in giro per le bellezze dell’Italia ed il Belpaese, si sa, di bellezze ne offre moltissime! Il turista potrà godere delle bellezze storiche nella grandi città d’arte, dell’offerta enogastronomica che offre la pianura Padana e delle bellezze della natura tra parchi e aree protette che si snodano lungo il suo percorso.

 

Il patrimonio artistico e culturale italiano è un vero e proprio lasciapassare che ci rende famosi in tutto il mondo, e si trova dislocato in una miridade di piccoli centri urbani e non solo nelle grandi città. La ciclovia permetterà ai turisti di gustare in modo lento, assaporandolo meglio, il nostro bene più prezioso.

 

Ma vediamo nel dettaglio il mirabolante percorso che dovrebbe compiere la pista.

 

Le città

Le città toccate da Vento sono Venezia, Ferrara, Mantova, Parma, Milano, Alessandria e Torino, che si raggiunge attraverso il Naviglio Pavese.

 

Se si parte dal Lido di Venezia, dopo due tratte in traghetto, si arriva a Chioggia, per poi raggiungere il Polesine attraverso il canale di Burana. Da lì si prosegue sul Po fino a Pavia, dove attraverso la ciclabile del Naviglio Pavese si arriva a Milano.

 

Dal capoluogo lombardo, si può raggiungere il Piemonte attraverso il Monferrato, fino a Torino, passando per una miriade di cittadine e centri abitati minori.

 

Borghi

Sono molti i borghi che la ciclopedonale Vento darà modo di visitare: l’Italia offre luoghi piacevoli, ricchi dit radizione, dal Monferrato, con la sua vasta offerta enogastronomica, ai parchi naturali del delta del Po, alle cittadine medievali della Emilia Romagna, fino ad arrivare in Lombardia, e in Piemonte, dove si trovano piccoli comuni ricchi di storia e architettura famosi per prodotti di eccellenza, per le coltivazioni specifiche e tradizioni enologiche.

 

Aree protette

Sul totale del tracciato, 264 km di ciclovia attraversano delle aree protette. Si tratta di

 

Lido di Venezia e Chioggia

Il Polesine e il canale di Burana

La foce del Po

Pavia e il Naviglio

Vento e infrastrutture collegate 

Per inserire la ciclabile in un contesto di mobilità europea, il progetto è stato pensato per essere collegato al centro di una capillare rete di trasporto pubblico.

 

Affinché possa essere attraversata da tutti e senza alcun rischio, si è pensato infatti di posizionare un raccordo verso una stazione ferroviaria ogni 6 chilometri: saranno quindi collegate alla ciclovia ben 115 stazioni così da poter terminare la tappa e raggiungere comodamente le principali città.

 

Anche le imbarcazioni sul Po saranno pensate per accogliere eventuali turisti con bicicletta a seguito.

 

Collegamento con l’Europa 

La pista Vento è pensata come parte di una ben più lunga ciclabile che da Torino arriva a Nizza, che unisce Verona e il Brennero e che si collega anche alle tante piste che costeggiano i grandi fiumi Ticino, Adda, Mincio, Secchia.

 

Vento sarà inclusa nella cosiddetta strada del Mediterraneo, la EuroVelo 8 (EV 8), il percorso ciclopedonabile che unirà Cadice, in Spagna, con Limassol a Cipro.

 

Esistono ulteriori collegamenti con la superpista europea per fare Parigi-Londra in bici.

 

Vento: cicloturismo 

Il rientro economico per tutti i paesi percorsi dal Vento sarà dovuto al cicloturismo, una forma di ecoturismo un turismo virtuoso che nei paesi europei è molto apprezzato da tempo e qui in Italia si sta affacciando lentamente.

 

Il turismo porterà nuovi posti di lavoro, se ne stimano 2mila nuovi,e alimenterà le economie locali con nuove attività ricettive, nuove strutture per la ristorazione.

 

Bici Tour 2019

Per dimostrare che la realizzazione di un unico tratto ciclabile che colleghi le città lungo il Po è possibile, non c’è che da percorrerlo: l’équipe di ricercatori del dipartimento di infrastrutture e progettazione del Politecnico di Milano, coordinati dal direttore scientifico Paolo Pileri, torna ogni anno in sella per compiere un tourin quindici tappe da Torino fino a Venezia.

 

Si  è da poco concluso il Vento Bici Tour 2019 partito da Chivasso (Torino) e arrivato al Lido di Venezia. È stata la settima edizione.

 

Due week end di eventi e tour in bicicletta:

 

il primo per la tratta Chiavasso- Piacenza,

il secondo per la tratta Reggio Emilia-Venezia.

Anche nel 2019 è stata l’occasione per organizzare eventi, corsi formativi e incontri. In particolare:

 

Learning by bike: lezioni in bicicletta di paesaggio, ambiente e infrastrutture leggere, un corso di formazione dedicato agli studenti del Politecnico di Milano

Ciclabili e cammini per riscattare il Paese il convegno dedicato a turismo lento e mobilità dolce organizzato dal Politecnico di Milano in collaborazione con CAI e Sentiero Italia CAI

Cingomma: raccolta di copertoni e camere d’aria usati che grazie all’economia circolare diventeranno cinture e portafogli made in Italy acquistabili al Politecnico di Milano

 

Vento: iter di un progetto italiano 

Quello per la fattibilità della ciclovia Vento è il primo bando italiano per un’opera pubblica che attraversa 4 regioni, 13 province e oltre 120 comuni. Un bando voluto da Stato, Regioni ed enti locali (Provincie e Comuni). Il progetto voluto da Mibact (Ministero dei Beni e Attività culturali) e dal Mit (Ministero delle Infrastrutture e Trasporti) ha come partner tecnico il Politecnico di Milano.

 

2015, Legge di Stabilità 

La legge di Stabilità ha stanziato 94 milioni di euro nel 2015 finalizzati alla costruzione di quattro grandi ciclabili in Italia. Sono:

 

Ciclovia del Sole

Ciclovia dell’acquedotto pugliese

Grande raccordo anulare delle biciclette di Roma

Ciclovia Vento

2016: protocollo d’intesa

Viene firmato nel luglio del 2016 un Protocollo d’Intesa tra Mit e Mibact con le Regioni interessate dal progetto Vento (Piemonte, Lombardia , Emilia Romagna e Veneto) che ha segnato l’inizio del Sistema Nazionale delle Ciclovie Turistiche e ha dato avvio alla progettazione e realizzazione della Ciclovia Vento.

 

L’ente capofila è la Regione Lombardia, il supporter tecnico è il Politecnico di Milano.

 

2017: bando di gara per  progettazione di fattibilità tecnica ed economica

Il bando per l’assegnazione del progetto viene pubblicato nel settembre 2017: si tratta del primo bando di gara in Italia per la progettazione di un’infrastruttura cicloturistica di lunga distanza. Il termine per la partecipazione al bando è il 3/11/2017: è un bando unico, del valore di 1.793.093,14 euro per un’opera pubblica che attraversa il territorio di 4 regioni, 13 province e oltre 120 comuni.

 

 2018: affidamento della progettazione

La progettazione del primo lotto viene affidata ad un raggruppamento temporaneo di progettisti (Rtp) coordinato da Cooprogetti Società Cooperativa.

 

2019: pedonabilità in sicurezza

Vento è oggi pedalabile e in sicurezza per una lunghezza totale di oltre 100 chilometri sparsi tu tutto il suo percorso.

 

Vento: stato attuale 

Allo stato attuale la ciclovia Vento è ancora un progetto a metà. Non può ritenersi conclusa l’opera pur essendo oggi già attraversabile a piedi in piena sicurezza.

 

Il 25% dell’intero tracciato esiste già e presenta tutti gli standard di sicurezza necessari.  Oggi il tracciato si presenta come segue:

 

102 km (il 15% del percorso totale) è esistente, percorribile a piedi e in bicicletta e messo in sicurezza.

284 km (il 42% del tracciato totale) è pedalabile ma non è messo in sicurezza e necessita di interventi.

293 km (il 43% del percorso totale) necessita di interventi di adeguamento.

 

di Erika Facciolla

 

Fonte: https://www.tuttogreen.it/ciclovia-vento-da-torino-a-venezia-in-bici/

 

Quanti alberi servirebbero per salvarci dal riscaldamento globale

Contro l’innalzamento delle temperature, una soluzione arriva dagli alberi. Tanto che gli scienziati oggi hanno mostrato che il ripristino delle foreste potrebbe essere il metodo più efficace per contrastare i cambiamenti climatici. Il gruppo di ricerca, coordinato dal Crowther Lab del Politecnico federale di Zurigo (Eht Zurich), ha quantificato per la prima volta quanti alberi in più potrebbero essere ospitati dal nostro pianeta, calcolando le aree disponibili. Una volta ottenuta questa stima, gli autori hanno anche valutato la loro capacità di catturare anidride carbonica dall’atmosfera e accumulare il carbonio rimuovendo le emissioni di gas serra. In base ai risultati sarebbe possibile aumentare di un quarto le foreste esistenti sulla Terra senza danneggiare città e attività agricole. Lo studio è pubblicato su Science.

 

Da tempo scienziati di tutto il mondo si concentrano sulla riforestazione, grazie al fatto che gli alberi sono sottrattori naturali di anidride carbonica, considerata il principale gas serra nell’atmosfera terrestre. “Sappiamo tutti che ripristinare le foreste potrebbe giocare un ruolo contro i cambiamenti climatici”, sottolinea Thomas Crowther, coautore dello studio. “La nostra ricerca mostra chiaramente che questa opzione fornisce la migliore soluzione per questo problema attualmente disponibile”.

 

Attualmente, sulla Terra ci sono 5,5 miliardi di ettari di boschi, secondo i dati della Fao.Secondo il recente rapporto Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) per ridurre di 1,5 °C il riscaldamento globale entro il 2050 sarebbe necessario avere un miliardo di ettari in più di foreste. I ricercatori, oggi, hanno cercato di capire come e dove questi nuovi alberi potrebbero essere allocati e quanto carbonio potrebbero assorbire.

 

Gli scienziati hanno utilizzato una banca dati globale unica che copre oltre 80mila foreste, combinata con un software per realizzare mappe. Questo software è stato impiegato per ottenere un modello predittivo che indica la copertura verde e le regioni che potrebbero essere riforestate, il tutto senza intersecare e rovinare le aree urbane e quelle agricole. La riforestazione riguarda ad esempio ecosistemi degradati che potrebbero ospitare alberi e non praterie o terreni paludosi.

 

In base ai risultati è emerso che sarebbe possibile aumentare la copertura verde di 0,9 miliardi di ettari, dunque un’area di dimensioni molto vicine a quelle indicate dal rapporto Ipcc. Questi nuovi alberi, una volta cresciuti, potrebbero sequestrare circa 200 miliardi di tonnellate di carbonio, ovvero due terzi delle emissioni di carbonio prodotte dalle attività umane. Di seguito le immagini che rappresentano la potenziale riforestazione.

 

Il gruppo di ricerca ha individuato i sei paesi hanno maggiore disponibilità di questi terreni adatti a nuovi boschi. La Russia ha il potenziale più grande, con uno spazio di 151 milioni di ettari. Subito dopo ci sono gli Stati Uniti, con 103 milioni di ettari, il Canada con 78,4 milioni, l’Australia (58 milioni), il Brasile (49,7) e la Cina (40,2).

 

“La deforestazione non solo contribuisce ad un’allarmante perdita di biodiversità, ma limita la nostra capacità di accumulare il carbonio negli alberi, sottoterra e nel suolo”, ha commentato René Castro, vice direttore generale alla Fao. “Ora abbiamo una prova definitiva dei territori da poter utilizzare per far ricrescere foreste, di dove potrebbero sorgere e di quanto carbonio potrebbero accumulare”.

 

Insomma, adesso è essenziale agire, secondo gli autori dello studio. All’inizio del 2019, 48 paesi hanno firmato la Bonn Challenge, con l’obiettivo di ripristinare 350 milioni di ettari entro il 2030. Tuttavia, i ricercatori hanno osservato che circa 4 paesi su 10 si sono impegnati a coprire un’area che è circa la metà di quella che potrebbe essere utilizzata a questo scopo, mentre uno su 10 è andato verso l’estremo opposto, con un impegno maggiore di quello possibile.

 

L’idea è che la mappa realizzata dagli autori possa fornire un nuovo modello su cui basarsi per una riforestazione consapevole, che veda coinvolte sia le istituzioni sia i privati. “Ognuno può far crescere alberi, fare donazioni alle organizzazioni impegnate nella riforestazione”, conclude Crowther, “o decidere di investire denaro responsabilmente in business economici che lavorano per contrastare i cambiamenti climatici”.

 

di Viola Rita

 

Fonte: https://www.wired.it/attualita/ambiente/2019/07/05/quanti-alberi-contro-riscaldamento-globale/

 

 

Rifiuti, l’Italia ha avviato a riciclo il 69,7% degli imballaggi

Il Consorzio nazionale imballaggi (Conai) ha reso noti i primi dati della Relazione generale consuntiva 2018, dove si documenta come stia migliorando la gestione dei rifiuti da imballaggio nel nostro Paese. «Nel 2018 l’80,6% dei rifiuti di imballaggio è stato recuperato: 10.691.000 tonnellate delle 13.267.000 totali immesse al consumo. Di queste, la parte avviata a riciclo sfiora il 70%», fermandosi ovvero al 69,7%.

 

Si tratta di un risultato migliore di quello imposto dal nuovo pacchetto normativo Ue sull’economia circolare per il 2025, ovvero il 65%, a salire al 70% nel 2030. Non tutti i rifiuti da imballaggio però hanno tagliato il traguardo, come nel caso della plastica: nell’ultimo anno nel nostro Paese sono stati infatti avviati a riciclo il 78,6% degli imballaggi in acciaio, l’80,2% di quelli in alluminio, l’81,1% di quelli in carta, il 76,3% di quelli in vetro, il 63,4% di quelli in legno e il 44,5% di quelli in plastica (con una distanza però di “soli” 5,5 punti percentuali rispetto all’obiettivo 2025).

 

«I dati parlano chiaro – commenta il presidente del Conai Giorgio Quagliuolo – il nostro sistema funziona e si impone per efficienza e per efficacia. Le performance ambientali continuano a migliorare, anche grazie agli accordi con i comuni italiani realizzati tramite l’Accordo nazionale con Anci, e resta forte l’attenzione alle aree ancora in ritardo nel sud del Paese, che richiedono impegno e risorse. Senza contare che la filiera del riciclo genera sviluppo e occupazione in tutto il paese».

 

Per traguardare però l’obiettivo di un’economia davvero circolare è importante sottolineare che il comparto degli imballaggi non è certo l’unico meritevole di attenzione, anzi. A fronte delle circa 165 milioni di tonnellate di rifiuti che l’Ispra stima vengano prodotti in Italia ogni anno (tra rifiuti urbani e speciali), i rifiuti da imballaggio rappresentano poco oltre il 7%, all’interno del quale a sua volta l’avvio a riciclo – come documenta il Conai – sfiora il 69,7%.

 

Allargando la prospettiva, il primo rapporto nazionale sull’economia circolare elaborato dal circular economy network insieme all’Enea informa che la produttività delle risorse, quella energetica e l’effettivo utilizzo di materiali riciclati (inchiodato ad appena il 17,1% sul totale) sono fermi o in calo dal 2014: c’è ancora molto, dunque, da lavorare.

 

Fonte: http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/rifiuti-litalia-ha-avviato-a-riciclo-il-697-degli-imballaggi/

Firmato decreto Fer1, incentivi per più energia rinnovabile

I ministri dello Sviluppo economico Luigi Di Maio e dell'Ambiente Sergio Costa hanno firmato il decreto "Fer1", "che ha l'obiettivo di sostenere la produzione di energia da fonti rinnovabili e creare migliaia di posti di lavoro". L'attuazione del provvedimento "consentirà la realizzazione di impianti per una potenza complessiva di circa 8.000 Mw, con un aumento della produzione da fonti rinnovabili di circa 12 miliardi di kWh e con investimenti attivati stimati nell'ordine di 10 miliardi di euro". Lo rende noto il ministero dell'Ambiente spiegando che l'aumento di produzione di energia da fonti rinnovabili è finalizzato al "raggiungimento dei target europei al 2030 definiti nel Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima (Pniec) attraverso la definizione di incentivi e procedure indirizzati a promuovere l'efficacia, l'efficienza e la sostenibilità, sia in termini ambientali che economici, del settore". 

 

"Un grande lavoro di squadra dei due ministeri, Ambiente e Sviluppo economico, che darà impulso alla produzione di energia rinnovabile, creando migliaia di nuovi posti di lavoro e puntando alla attuazione della transizione energetica, in un'ottica di decarbonizzazione", afferma Di Maio. Costa parla di "una vera e propria rivoluzione copernicana, un cambio di paradigma, si premia l'autoconsumo di energia per gli impianti su edificio fino a 100 kW e l'eliminazione dell'amianto, si incentiva la produzione di energia sostenibile oltre che rinnovabile. Questo decreto è una grande opportunità di sviluppo e di tutela ambientale". Il provvedimento, spiega la nota, incentiva la diffusione di impianti fotovoltaici, eolici, idroelettrici e a gas di depurazione. Dopo aver ottenuto il via libera della Commissione europea, il Decreto Fer 1 è stato inviato per la registrazione alla Corte dei Conti prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. 

 

Fonte: http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/energia/2019/07/08/firmato-decreto-fer1-incentivi-per-piu-energia-rinnovabile_174e1f4a-868e-457b-8b0a-e036f17c564e.html

L’Italia spende ancora 19 mld in sussidi ambientalmente dannosi

Riscaldamento globale job killer: 80 milioni di posti persi

L’aumento dello stress termico legato ai cambiamenti climatici porterà ad una perdita di produttività, su scala mondiale, equivalente a 80 milioni di posti di lavoro a tempo pieno nel 2030. L’allarme è contenuto in un nuovo rapporto pubblicato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (International Labour Organization, ILO). E si basa su un’ipotesi di crescita della temperatura media globale di soli 1,5 gradi centigradi, alla fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali.

 

Agricoltura e costruzioni i settori più colpiti

Secondo l’ILO, infatti, a causa delle temperature elevate si perderà il 2,2% del totale delle ore lavorate nel mondo. Il che corrisponde ad una perdita economica di 2.400 miliardi di dollari. Lo scenario presente considerazione dall’agenzia delle Nazioni Unite, dunque, è il più ottimistico. Si basa infatti sull’ipotesi che gli obiettivi dell’Accordo di Parigi del 2015 siano totalmente rispettati. Mentre, in realtà, il trend attuale ci porterebbe a superare nettamente la soglia del 3 gradi centigradi.

 

 

L’aumento dello stress termico legato ai cambiamenti climatici porterà ad una perdita di produttività, su scala mondiale, equivalente a 80 milioni di posti di lavoro a tempo pieno nel 2030. L’allarme è contenuto in un nuovo rapporto pubblicato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (International Labour Organization, ILO). E si basa su un’ipotesi di crescita della temperatura media globale di soli 1,5 gradi centigradi, alla fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali.

 

 

 

Agricoltura e costruzioni i settori più colpiti

Secondo l’ILO, infatti, a causa delle temperature elevate si perderà il 2,2% del totale delle ore lavorate nel mondo. Il che corrisponde ad una perdita economica di 2.400 miliardi di dollari. Lo scenario presente considerazione dall’agenzia delle Nazioni Unite, dunque, è il più ottimistico. Si basa infatti sull’ipotesi che gli obiettivi dell’Accordo di Parigi del 2015 siano totalmente rispettati. Mentre, in realtà, il trend attuale ci porterebbe a superare nettamente la soglia del 3 gradi centigradi.

 

AMBIENTE

Clima, drammatico allarme IPCC: «Riscaldamento globale a +1,5 gradi già nel 2030»

Trapelate alcune delle conclusioni del rapporto speciale del Gruppo intergovernativo sul climate change: il mondo è in una traiettoria che porterebbe alla catastrofe climatica

 

Inoltre, il rapporto precisa di considerare che la maggior parte dei lavori agricoli e nel settore delle costruzioni si svolgeranno all’ombra. In caso contrario, i dati sarebbero enormemente più allarmanti. Ciò dal momento che tali mestieri sono effettuati in larga parte all’aria aperta e dunque particolarmente esposti al problema del caldo.

 

In termini tecnici, l’ILO per “stress termico” fa riferimento ad un livello di calore superiore a quello che il corpo può tollerare senza subire danni fisiologici. Generalmente, al di là dei 35 gradi centigradi e con alti tassi di umidità. In tali casi le capacità dei lavoratori diminuiscono sensibilmente. E con esse la produttività.

 

In Asia meridionale e Africa occidentale i problemi maggiori

L’agenzia Onu ricorda che il settore agricolo impiega 940 milioni di persone in tutto il mondo. È qui che si concentrerà il 60% delle ore di lavoro perse. Mentre il comparto delle costruzioni toccherà il 19%. Altri settori particolarmente esposti sono quelli legati ai servizi ambientali, alla raccolta di rifiuti, ai servizi di pronto soccorso, ai lavori di riparazione. E ancora trasporti, turismo, sport e alcune lavorazioni industriali.

 

n termini geografici, l’impatto non sarà omogeneo nel mondo. Le regioni nelle quali si perderà il quantitativo maggiore di ore di lavoro saranno l’Asia meridionale e l’Africa occidentale. Qui i cali saranno approssimativamente del 5%, nel 2030. Pari, rispettivamente a 43 e 9 milioni di posti di lavoro a tempo pieno.

 

«Inoltre – si legge nel rapporto – saranno i Paesi meno ricchi i più colpiti. In quanto avranno a disposizione meno risorse per adattarsi in modo efficace alle temperature in crescita. Le perdite economiche legate allo stress termico si andranno quindi a cumulare agli handicap strutturali già esistenti. In particolare tra i lavoratori poveri, in caso di lavori in nero e in assenza di forme di protezione sociale».

 

A rischio soprattutto i più poveri. L’Organizzazione internazionale del lavoro: «Moltiplicare gli sforzi»

«Si tratta di una grave conseguenza dei cambiamenti climatici in atto – ha spiegato Catherine Saget, dirigente del dipartimento di ricerca dell’ILO -. Possiamo aspettarci un aumento delle diseguaglianze nei Paesi a reddito elevato così come in quelli più poveri. E le condizioni di lavoro si degraderanno, soprattutto per i più vulnerabili».

 

Il rapporto sottolinea in questo senso che ci si attende anche un aumento delle migrazioni. In particolare a causa dei lavoratori che abbandoneranno le zone rurali per cercare di garantirsi un avvenire migliore. Inoltre, «sarà più difficile lottare contro la povertà e centrare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite».

 

Per questo l’ILO ha chiesto di e «moltiplicare gli sforzi per elaborare, finanziare ed attuare politiche nazionali utili a combattere i rischi legati allo stress termico. Il che passa dalla creazione di infrastrutture adeguate e dal miglioramento dei sistemi di allerta in caso di ondate di caldo eccezionali. Ma occorre anche un miglioramento delle norme internazionali sul lavoro».

 

di Andrea Barolini

 

Fonte: https://valori.it/riscaldamento-globale-job-killer-80-milioni-di-posti-persi-gia-nel-2030/