Sviluppo sostenibile, l'Asvis: l'Italia è in grave ritardo

"L'Italia è in grave ritardo: peggiorano povertà, disuguaglianze e qualità dell`ambiente". 

E' l'allarme contenuto nel Rapporto 2018 dell`Asvis, Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, presentato stamani alla Camera dei Deputati e che  fa il punto sullo stato di avanzamento dell`Italia verso i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile e illustra proposte concrete per far sì che il Paese mantenga gli impegni presi nel settembre del 2015 con la sottoscrizione dell`Agenda 2030 dell`Onu.

Dal rapporto emerge anche un monito: "Il governo adotti con la legge di bilancio misure per garantire la sostenibilità economica, sociale e ambientale del Paese e avvii la Commissione nazionale per il coordinamento delle politiche per lo sviluppo sostenibile istituita a Palazzo Chigi'.

"Si sono già persi tre anni per dotarsi di una governance che orienti le politiche allo sviluppo sostenibile. Il 2030 è dietro l`angolo e molti target vanno raggiunti entro il 2020', ha ricordato il portavoce dell`Asvis, Enrico Giovannini, quindi 'oltre all`immediata adozione di interventi specifici in grado di farci recuperare il tempo perduto sul piano delle politiche economiche, sociali e ambientali, l`Asvis chiede al presidente del Consiglio di attivare subito la Commissione nazionale per l`attuazione della Strategia per lo Sviluppo sostenibile, di trasformare il Cipe in Comitato interministeriale per lo Sviluppo sostenibile e di avviare il dibattito parlamentare sulla proposta di legge per introdurre il principio dello sviluppo sostenibile in Costituzione, al fine di garantire un futuro a questa e alle prossime generazioni'. Questo perché - secondo l'analisi el Rapporto - 'l`Italia sta perdendo la sfida dello sviluppo sostenibile'. E 'anche negli ambiti in cui si registrano miglioramenti, a meno di immediate azioni concrete e coordinate, sarà impossibile rispettare gli impegni presi dal nostro Paese il 25 settembre del 2015', all`Assemblea Generale dell`Onu, con la firma dell`Agenda 2030. Serve quindi 'un urgente cambio di passo'. 

In particolare, tra il 2010 e il 2016, l`Italia - evidenzia il Rapporto - è peggiorata in cinque aree: povertà, condizione economica e occupazionale, disuguaglianze, condizioni delle città ed ecosistema terrestre. Per quattro aree di intervento la situazione è rimasta invariata: acqua e strutture igienico-sanitarie, sistema energetico, condizione dei mari e qualità della governance, pace, giustizia e istituzioni solide.

Segni di miglioramento si registrano, invece, per alimentazione e agricoltura sostenibile, salute, educazione, uguaglianza di genere, innovazione, modelli sostenibili di produzione e di consumo, lotta al cambiamento climatico, cooperazione internazionale.

 

FONTE: https://www.italiaoggi.it/news/sviluppo-sostenibile-l-asvis-l-italia-e-in-grave-ritardo-201810041311133320

Se cresce la disuguaglianza aumenta anche il degrado ambientale

Nel 2016, dopo il successo ottenuto dal programma Millennium development goals attuato dai primi anni 2000, le Nazioni Unite hanno deciso di proseguire l’ambizioso programma di crescita e sviluppo economico sostenibile, proponendo una nuova serie di obiettivi sotto il nome di Sustainable development goals (Sdgs). Proseguendo il lavoro iniziato all’inizio del secolo, l’obbiettivo dei Sdgs è quello di sensibilizzare la popolazione mondiale al fine di promuovere la prosperità economica e proteggere l’ambiente, attraverso una serie di azioni fortemente interconnesse tra loro.

 

Proprio la stretta relazione tra alcuni degli obbiettivi del programma ha suscitato un certo interesse nella comunità scientifica in ambito economico, in particolare quello del raggiungimento di una disuguaglianza di reddito ridotta e quello di una riduzione del degrado ambientale.

 

La teoria economica suggerisce infatti che sia essenziale raggiungere un compromesso tra questi due fronti (il cosiddetto trade-off). In altre parole, per ottenere una riduzione della disuguaglianza – e al contempo mantenere un certo grado di benessere economico – è necessario, in alcuni casi e per alcune società, sopportare una certa quantità di degrado ambientale e viceversa. Le spiegazioni di questo risultato si riassumono in due diverse visioni di questa relazione.

 

La prima è quella della teoria delle curve di Kuznets ambientali, che sostiene che la relazione tra crescita economica e ambiente segua un percorso a U rovesciata; in altre parole, quando un’economia povera inizia a crescere, con essa crescono anche le pressioni negative sull’ambiente. Quando un certo livello di benessere è stato raggiunto dai cittadini, questa tendenza si invertirà e la successiva crescita economica sarà associata a una riduzione degli impatti ambientali negativi. Questo accade perché la crescita economica porta con sé un’evoluzione delle priorità nella comunità che la sperimenta: mentre all’inizio del processo l’interesse era principalmente incentrato sul soddisfacimento dei bisogni primari, raggiunto un certo livello di reddito è la società stessa che sviluppa nuovi bisogni, tra cui una maggiore attenzione verso l’ambiente. In questo caso, la qualità dell’ambiente si pone come un bene superiore, cioè un bene la cui domanda si sviluppa solo quanto si diventa “abbastanza ricchi”.

 

La seconda visione si basa sul teorema dell’elettore mediano, secondo il quale le decisioni all’interno di una comunità tendono a rispecchiare quelle della maggioranza della popolazione. Se la disuguaglianza in una nazione è bassa, allora le scelte politiche del governo rispecchieranno quelle del cosiddetto elettore mediano, cioè della maggior parte dei cittadini. Al contrario, in caso di alta disuguaglianza, sarà solo una piccola élite della popolazione ad avere un’influenza sufficiente sulle scelte della nazione. In questo caso, affinché si sviluppi un’attenzione alla qualità dell’ambiente è necessaria una massa critica di popolazione che la richieda. La qualità ambientale in questo caso è un bene normale, la cui domanda aumenta quando aumenta il reddito.

 

Una recente analisi presentata nelle scorse settimane al workshop Seeds di Ferrara (i cui autori sono Marianna Gilli della stessa Università di Ferrara, Francesco Vona della francese Ofce-SciencesPo e Francesco Nicolli dell’Università di Siena e dell’European University Insititute a Firenze), ha mostrato che entrambi i punti di vista delineati possono essere corretti, perché è necessario considerare come la disuguaglianza agisce non in assoluto ma rispetto al livello di reddito medio.

 

Analizzando dati per 150 paesi e per un periodo di 50 anni, i ricercatori hanno mostrato che solo quando una nazione è sufficientemente ricca (quindi quando il reddito medio dei cittadini è sufficientemente elevato da consentire lo sviluppo di una domanda di qualità ambientale) e con un basso livello di disuguaglianza, si produrrà una domanda di protezione ambientale da parte della popolazione, attraverso il canale dell’elettore mediano.

 

Agli estremi c’è il caso dei paesi che pur mostrando un basso livello di disuguaglianza sono poveri, e quello dei paesi molto ricchi ma il cui reddito è distribuito in maniera estremamente diseguale. Nel primo gruppo di paesi, la maggior parte della popolazione sarà più preoccupata della crescita economica e del soddisfacimento dei bisogni primari (avere una casa, un lavoro, ecc) che dell’ambiente e una riduzione della disuguaglianza contribuirebbe a rendere alcuni cittadini più poveri e quindi ad aumentare la domanda di politiche per la crescita economica a discapito di quelle ambientali. Al contrario in un paese ricco ma con alta disuguaglianza, sarà l’èlite ricca a dominare il panorama politico imponendo la tutela dei propri interessi. Qui, è un aumento della disuguaglianza che produce maggior degrado ambientale.

 

Il messaggio lanciato da questa recente analisi è chiaro: nel perseguimento degli obiettivi congiunti di riduzione della disuguaglianza e miglioramento della qualità dell’ambiente è fondamentale considerare la specificità della situazione e capire quali sono i bisogni prioritari della popolazione ancora da soddisfare, per non vanificare gli sforzi fatti verso una direzione – la sostenibilità ambientale – lavorando su un obiettivo che può rivelarsi in alcuni casi contrastante, come la riduzione della disuguaglianza nella distribuzione del reddito.

 

di Marianna Gilli

 

FONTE: http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/nei-paesi-ricchi-se-cresce-la-disuguaglianza-aumenta-anche-il-degrado-ambientale/

 

 

Giornata mondiale degli animali, Prato città più pet-friendly d'Italia

Il 4 ottobre è il “World Animal Day”, la Giornata mondiale degli animali. Giunta ormai all'87esima edizione, si celebra in una data non casuale: è il giorno di San Francesco d'Assisi, patrono degli animali. La ricorrenza copre tutto il mondo, con iniziative che vanno dall'Italia a Sarajevo, dall'Egitto all'Australia.

 

Gli obiettivi del World Animal Day

Nata nel 1931, la Giornata mondiale unisce i movimenti animalisti di tutto il mondo e si propone di promuovere e migliorare gli standard per la tutela degli animali nel pianeta. Concentrare eventi in una sola giornata  si legge sul sito ufficiale dell'iniziativa, è “un catalizzatore vitale per il cambiamento” e rende i problemi degli animali “una notizia da prima pagina”. In questi anni, ad esempio, la Society for the Protection of Animal Rights in Egypt ha usato il World Animal Day per incoraggiare il parlamento a introdurre la tutela degli animali nella Costituzione. Animals Lebanon e AnimaNaturalis Colombia hanno ottenuto che i ministri dell'Ambiente dei rispettivi Paesi commentino e ricordino ufficialmente la Giornata mondiale ogni anno. Un impegno che sta “aiutando enormemente ad accrescere l'attenzione dei cittadini sul trattamento etico degli animali”. La Animal Care & Environmental Organisation del Sudan ha ottenuto una legge per la protezione degli animali.

 

Le città più amiche degli animali

In Italia,  in occasione della Giornata mondiale degli animali, Legambiente ha diffuso la classifica delle città più “pet-friendly”. Il rapporto Animali in città 2018 ha premiato Prato, seguita da Terni e Napoli. “I dati forniti da Comuni e Asl restituiscono un quadro fortemente disomogeneo e risultati inadeguati rispetto a una spesa pubblica di 218 milioni di euro annui”, afferma Legambiente. Il 66% delle amministrazioni comunali ha dichiarato di aver attivato l’assessorato e/o l’ufficio dedicato al settore. Il 74% delle aziende sanitarie locali ha risposto di avere almeno il canile sanitario e/o l’ufficio di igiene urbana veterinaria (in 5 casi anche l’ospedale veterinario). In queste strutture le amministrazioni comunali dichiarano di impegnare complessivamente 1.324 persone (in media 1,1 unità a città) e le aziende sanitarie locali 525 persone (media 7,9 unità per azienda). La presenza dell'ufficio diritti degli animali aumenta significativamente, circa un 20% in più in un solo anno. Diminuisce però il numero dei comuni che dichiarano di avere un regolamento per la corretta detenzione, l'accesso ai locali pubblici o per il corretto utilizzo di botti e fuochi pirotecnici. Non cambia, inoltre, il quadro delle aree parco dedicate ai cani, prigioniere di una pianificazione urbanistica che non le aveva previste.

 

FONTE: https://tg24.sky.it/ambiente/2018/10/04/giornata-mondiale-animali-2018.html

 

Indonesia, forte terremoto con tsunami: 400 vittime

Non è ancora certo e non lo sarà per giorni il numero dei morti, feriti e dispersi per l’ultimo sisma che ha colpito l’Indonesia. Le stime sono in salita a Sulawesi centrale, nell’ordine di diverse centinaia, e le autorità locali ancora non riescono a tracciare un bilancio di un terremoto, con uno tsunami al seguito, di maggior entità rispetto al sisma di Yogyakarta del 2006 (6,4 di magnitudo Richter), e il recente terremoto di Lombok (7.0) in agosto. Quello che ha colpito la reggenza di Donggala, e in particolare la città di Palu, è stato di 7.7.

 

L’epicentro, a soli dieci chilometri di profondità, viene localizzato a Nordest di Palu, nel cuore di Sulawesi, un’isola che ha la forma di una gallina e che, all’inizio del lungo «collo», non misura in larghezza forse nemmeno 30 chilometri. La sequenza del sisma inizia venerdì pomeriggio alle due ora di Giacarta con una scossa di magnitudo 6 che uccide almeno una decina di persone. Poi, tre ore più tardi, arriva la scossa di magnitudo 7,7. L’agenzia di meteorologia, climatologia e geofisica (Bmkg) – spiega la stampa locale – aveva emesso, dopo il primo forte terremoto, l’allarme tsunami poi stranamente revocato e ora oggetto di polemica.

La scossa principale, che dura solo 10 secondi, viene avvertita in tutta l’area sino a Poso (luogo tristemente famoso per una serie di scontri comunitari violentissimi) a circa 100 chilometri da Palu in linea d’aria.

 

La scossa – forse sostenuta da una scia sismica – muove il mare. Si alzano onde alte diversi metri: chi dice sino a tre. E si dirigono su Palu, una città di 350mila abitanti che si trova all’interno di una sorta di lungo fiordo dove il mare si comprime ed entra in città con straordinaria violenza. Fotografie e video iniziano a girare sui social: la marea di acqua, fango e detriti spazza la città e travolge baracche ed edifici inondando una moschea la cui cupola si siede su se stessa. Altre strutture collassano: uno shopping mall e il famoso ponte di Ponulele. E con loro praticamente tutta la rete elettrica, con conseguente isolamento dell’intera zona. Ma il sisma non sembra aver provocato grandi crolli se non in qualche struttura.

 

È il mare il vero assassino: la sua forza travolge auto, case, imbarcazioni, persone. Come nello tsunami del 26 dicembre del 2004. Allora la marea di fango che si spinse dall’India allo Sri Lanka fin alle coste africane, fece il danno maggiore in Indonesia, nell’isola di Sumatra, in quello che è finora ricordato come uno dei più grandi disastri naturali della storia e il più assetato di vittime del secolo: oltre 200 mila morti di cui circa 50 mila in Indonesia. Come in guerra. Allora però c’erano migliaia di turisti sulle coste dell’Asia. La copertura mediatica fu imponente e così l’opera di ricostruzione con una corsa solidale aiutata dalle emittenti tv che riprendevano i turisti in fuga.

 

A guardar la mappa dei terremoti che ogni giorno serpeggiano nel mondo, fin nei confini italiani, c’è da impressionarsi. È una lunghissima ininterrotta frequenza di scosse ma con valori della Scala Richter – che ne misurano l’intensità – che raramente superano i due punti. Quello che ha colpito Sulawesi centrale, l’antica Celebes, nel cuore dell’arcipelago delle 16 mila isole, è stato però di 7.7. Fortissimo.

 

In Indonesia, il vasto mondo insulare appoggiato sulla Ring of Fire – l’Anello di Fuoco, un’area a ferro di cavallo di 40 mila chilometri nel bacino dell’oceano Pacifico che è associata a una serie quasi continua di trincee oceaniche, archi e cinghie vulcaniche e al movimento delle placche – indica un movimento sismico ininterrotto. Con per finire un evento che questa volta è stato davvero pesante. La Bmkg di Palu ha reso noto che la regione è stata colpita da 30 terremoti ogni giorno negli ultimi quattro mesi causati da cambiamenti nella faglia di Palu-Koro, che si estende da Poso alle acque della reggenza di Tolitoli e si dirama verso la faglia di Matano nelle Sulawesi meridionali.

 

FONTE: https://ilmanifesto.it/indonesia-forte-terremoto-con-tsunami-fa-400-vittime/

Legambiente “Meno smog tassando chi inquina di più”

Più inquini più paghi. La benzina meno cara del gasolio, voucher di mobilità sostenibile di mille euro a chi rottama la vecchia auto, incentivi sino a 6mila euro per chi ne acquista una elettrica. Nel giorno in cui scatta in diverse città italiane di Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna il blocco della circolazione dei mezzi più inquinanti (norme dettate dall’Accordo di Bacino Padano), Legambiente lancia una sfida al Governo presentando, nell’ambito del convegno Green Mobility organizzato alla Camera dei Deputati, dieci proposte che riguardano anche il sistema di tasse e incentivi. Chiaro il presupposto: “Per ridurre l’inquinamento e per rendere le città più vivibili bisogna ripensare il carico fiscale che grava sulla mobilità delle persone e puntare su un’efficace e innovativa rivoluzione urbana”. In che modo? “Orientando le tasse sui trasporti in misura proporzionale all’inquinamento e allo spreco – spiega Legambiente – e incentivando la mobilità sostenibile”. Una rivoluzione rispetto alla situazione attuale, perché oggi capita spesso che a pagare di più sia chi inquina meno.

 

LA CIRCOLAZIONE DEI VEICOLI IN ITALIA: QUALCHE DATO – In tutta Italia circolano 14,7 milioni di veicoli (diesel e benzina Euro 0, 1, 2, 3) su un totale di 37/38 milioni. Nel 2017 le auto Euro 0 circolanti in Italia, stando agli ultimi dati diffusi, sono state 3.768.213 e, nello stesso anno, ne sono state radiate (sempre Euro 0) 71.077. Da oggi, 1 ottobre 2018, sono circa 3 milioni i veicoli tra automobili (circa 2,3 milioni) e furgoni (600mila) – benzina Euro 0 e diesel Euro 0 1 2 3 (per Emilia Romagna anche Euro 4),  a cui è stata vietata la circolazione in gran parte delle città principali delle regioni Pianura Padana per via delle misure anti-smog previste dal ‘Nuovo accordo per la qualità dell’aria nel bacino padano’.

 

SE PAGA DI PIÙ CHI INQUINA MENO – Il gettito fiscale del settore trasporto e mobilità ammonta a oltre 72 miliardi di euro nel 2017, metà dei quali deriva da accise e Iva sui carburanti e il restante ripartito tra tasse sull’assicurazione, l’acquisto, il possesso (bollo), i ricambi e la gestione. Tasse che vanno nella fiscalità generale, che non servono per coprire i costi sociali dei trasporti e delle volte sono perfino più pesanti per chi inquina di meno. “Spesso – spiega Legambiente – paga di più chi inquina di meno”. Qualche esempio concreto: “Una ibrida Euro 6 paga il 50% in più di bollo e il 20% in più di carburante rispetto a un vecchio pickup diesel del professionista con partita iva; è più caro rottamare un vecchio Euro 0 che pagare il bollo alla Regione (in media ognuno dei 50 milioni di veicoli a motore – dal ciclomotore al camion – paga 120 euro di bollo all’anno); il possesso del veicolo costa poco, costa invece molto spostarsi tutti i giorni (11% della spesa della famiglia italiana, Istat)”.

 

Legambiente ricorda che i prezzi legati ai trasporti, e ancor più alle fonti energetiche, sono talmente influenzati da tasse e da correttivi di mercato da poter essere considerati dei prezzi ‘politici’. Basti pensare all’incidenza sui carburante (attorno al 70% su benzina e gasolio), ma anche sull’elettricità (il costo industriale è circa la metà di quel che si paga in bolletta). “All’opposto – sottolinea l’associazione ambientalista – si paga pochissimo in tasse di possesso sui mezzi di trasporto, anche vecchissimi, insicuri e inquinanti. Si pagano relativamente poche tasse sui carburanti a gas (metano e GPL), meno il gasolio della benzina, senza nessuna proporzionalità rispetto all’inquinamento generato o all’efficienza reale dei motori.

 

LE PROPOSTE – Le proposte di Legambiente sono nel solco di quelle ‘azioni di accompagnamento’ che premiano la mobilità virtuosa e applicano il principio ‘chi inquina paga’ del punto 27 del Contratto di Governo del cambiamento. Primo step: accise sui carburanti proporzionali all’inquinamento (al peso molecolare del carbonio), con il gasolio che costerà come la benzina nel 2019 e più della benzina nel 2020. “È assurdo – spiega Legambiente – che lo Stato continui (con minori tasse) ad agevolare i diesel, salvo poi bloccarne la circolazione nelle città inquinate”. Seconda proposta: voucher mobilità sostenibile di mille euro a chi rottama la vecchia auto. Il voucher, però, non può essere impiegato per acquistarne una nuova, perché lo scopo è ridurre la motorizzazione privata. Quei soldi servirebbero per acquistare abbonamenti e biglietti del trasporto pubblico, servizi sharing mobility, noleggio mezzi e veicoli elettrici e elettromuscolari. La terza proposta consiste nell’aiuto alla mobilità sostenibile “finanziato dalle aziende (ed enti pubblici)” a beneficio di dipendenti e familiari. Mille euro all’anno a dipendente di ‘welfare mobilità’: cifra che non costituirebbe reddito e sarebbe esentasse. Altro strumento: l’agevolazione Iva per la sharing mobility (10%, come sui biglietti di mezzi pubblici) e le flotte aziendali elettriche usate come veicoli in condivisione anche per gli spostamenti privati dei dipendenti. Legambiente propone anche un incentivo sino a 6mila euro per chi acquista un’auto elettrica (metà se plug-in) “al pari di quel che succede negli altri grandi Paesi europei. E come succede all’estero – aggiunge – finanziato da un aumento delle tasse d’acquisto proporzionale alle emissioni di CO2 e al costo”. Altre proposte riguardano l’autotrasporto e lo stop agli sconti fiscali per la trazione a gasolio, la micromobilità elettrica e i trasferimenti statali a favore dei comuni che si sono dati piani sfidanti.

 

L’EMERGENZA SMOG – Il problema dell’emergenza smog e dell’inquinamento atmosferico preoccupa la stragrande maggioranza degli italiani. È quanto emerge dal sondaggio di Lorien Consulting, presentato oggi a Roma: il 94% dei cittadini intervistati è, infatti, preoccupato per la qualità dell’aria, il 39% è molto preoccupato. Ma se da un parte gli italiani sono preoccupati per la qualità dall’aria, sul fronte delle strategie di riduzioni delle emissioni da adottare hanno posizioni divergenti: da quanto emerge dal sondaggio a fronte di un 10% che propone di non vendere più veicoli benzina e diesel, un 8% propone di bloccarne la circolazione già oggi, la maggioranza, il 71% degli intervistati è favorevole a incentivi per l’acquisto di mezzi non inquinanti. Solo il 5% vede invece di buon occhio la possibilità di aumentare le tasse sui mezzi inquinanti e i pedaggi in città. La nuova mobilità, più pulita, intermodale (tanti mezzi di trasporto, in media 5,2 nel corso della settimana), meno proprietaria (sharing oltre che pubblica), ha invece conquistato già il 28% degli italiani, in genere cittadini, occupati, colti e che si muovono molto spesso (più di 3 o 4 spostamenti al giorno). Sono anche quelli più favorevoli alle novità, come le biciclette pieghevoli e la micromobilità elettrica: il 40% degli italiani dichiara di essere interessato ad usare i monopattini elettrici pieghevoli se venissero regolamentati.

 

FONTE: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/10/01/emissioni-auto-la-proposta-di-legambiente-al-governo-su-tasse-e-incentivi-piu-inquini-piu-paghi/4660671/

Green Jobs Revolution per la Gran Bretagna

E’ finita al canto di Red Flag, Bandiera Rossa, con i pugni chiusi e un nuovo trionfo di Jeremy Corbyn la Labour Party Conference di Liverpool, che ha segnato la definitiva disfatta dell’ala moderata, liberista e blairiana del Partito Laburista britannico, quella che stampa e commentatori italiani davano fino a pochi mesi fa come l’unica vera e percorribile alternativa ai Conservatori di Theresa May. Ora Corbyn, popolarissimo tra i giovani e che ha riconquistato gran parte dell’elettorato operaio e della classe media in crisi, potrebbe diventare il prossimo premier britannico e il suo Labour rosso antico è diventato il più forte partito socialista europeo, risalendo velocemente da sinistra la china che partiti come il PD, la SPD tedesca e il PS francese hanno rovinosamente disceso spostandosi al centro e finendo in una palude di inconsistenza.

 

Corbyn nel suo emozionante discorso ha respinto le accuse di antisemitismo che gli sono piovute addosso per essere un sostenitore della causa palestinese e ha attaccato con forza i rigurgiti neofascisti, razzisti e xenofobi e la politica neoliberista del governo conservatore, ricordando che «Dieci anni fa, in questo mese, l’intero edificio dell’avidità è bella, del capitalismo finanziario deregolamentato, lodato per una generazione come l’unico modo per gestire un’economia moderna, è crollato a terra con conseguenze devastanti. Ma invece di apportare modifiche essenziali a un sistema economico in pezzi, l’establishment politico e imprenditoriale e ha messo a dura prova tutti i tendini per salvare e sostenere prima di tutto il sistema che ha portato al crollo. Il prezzo di tutto questo non è stato solo stagnazione, i salari in calo per il periodo più lungo nella storia documentata e quasi un decennio di tagli profondamente dannosi ai servizi pubblici. Ha anche alimentato la crescita del razzismo e della xenofobia e ha portato a una crisi della democrazia in patria e all’estero. Le persone in questo Paese sanno che il vecchio modo di gestire le cose non funziona più. E a meno che non offriamo soluzioni radicali, altri colmeranno il divario con la politica della colpa e della divisione».

 

Dopo aver ricordato che «Il Labour parla per la nuova maggioranza» e i successi elettorali che nel 2018 hanno portato i laburisti britannici a segnare il più grande aumento di voti dal 1945,  «perché le idee del Labour hanno catturato “l’umore del nostro tempo”», come ammette Lord O’Neill, l’ex ministro conservatore del Tesoro, Corbyn ha sottolineato che «Questo fallimento dell’economia free-for-all, che ha portato al crollo di un decennio fa, ha anche alimentato la crisi ambientale globale e ostacolato gli sforzi internazionali per affrontarla».

 

Secondo il leader laburista, «Non esiste una minaccia più grande per l’umanità dei cambiamenti climatici e, 21 anni fa, il vice leader laburista John Prescott ha svolto un ruolo di primo piano nell’approvazione del protocollo di Kyoto. Questo ha unito le principali economie mondiali dietro un accordo per tagliare le emissioni di carbonio e le ha obbligate a dare ai Paesi più poveri l’accesso alla tecnologia a low-carbon. Questo riguarda la solidarietà, riconoscendo che l’aria che respiriamo non rispetta i confini nazionali e che tutti noi abbiamo interesse che ogni nazione riduca le emissioni. Il contrasto con la posizione dell’America First di Donald Trump e la sua decisione di ritirarsi dagli Accordi sul clima di Parigi non potrebbe essere più netto. Abbiamo solo un pianeta, quindi dobbiamo ri-impegnarci nuovamente con i Paesi che cercano di andarsene da Parigi. Ma dobbiamo anche dare l’esempio. Ieri Rebecca Long Bailey [ministro ombra laburista per le imprese, l’energia e la strategia industriale, ndr] ha esposto i nostri piani per l’energia, sviluppati con il nostro Segretario per l’ambiente Sue Hayman, i piani ambiziosi, creeranno centinaia di migliaia di posti di lavoro e renderanno la Gran Bretagna l’unico Paese sviluppato al di fuori della Scandinavia a rispettare i nostri obblighi sui cambiamenti climatici. Questo significherà lavorare con i sindacati per garantire che siano protetti posti di lavoro e competenze mentre ci muoviamo verso un’economia low-carbon. E lavorare con l’industria per cambiare il modo in cui costruiamo per formare la forza lavoro che riqualificherà le case e lavorerà anche nelle nuove industrie energetiche. E oggi posso annunciare che il nostro programma di investimenti e trasformazione per ottenere una riduzione del 60% delle emissioni entro il 2030 creerà oltre 400.000 posti di lavoro qualificati. Posti di lavoro buoni, basati qui, e con livelli sindacali che portano capacità e sicurezza alle comunità tenute indietro per troppo tempo. E andremo oltre, con piani per ridurre le emissioni di gas serra a zero entro la metà del secolo. So che sembra ambizioso. È ambizioso e verrà raggiunto con il programma di investimento e trasformazione più vasto degli ultimi decenni. I laburisti daranno il via a una Green Jobs Revolution,  che contribuirà a contrastare i cambiamenti climatici, a  fornire energia sostenibile per il futuro e creare posti di lavoro qualificati in ogni nazione e regione del Regno Unito».

 

Un programma green che, va detto, non mette in dubbio  la continuazione della politica nucleare britannica (che è ormai in mano a cinesi e francesi), una contraddizione non da poco che però non sembra suscitare contrasti nel Labour rosso/verde, visto anche che  in Gran Bretagna si dichiarano contro l’energia nucleare praticamente solo i Verdi e i nazionalisti scozzesi

 

Il leader laburista britannico non ha avuto nessun timore ad attaccare gli uomini forti del mondo che incarnano il nuovo “sovranismo”: «Ma non è solo il sistema economico che è insostenibile.  Neanche la relazione della Gran Bretagna con il resto del mondo, la nostra politica estera è più sostenibile. Stiamo entrando in un nuovo mondo in rapida evoluzione e più pericoloso, compresi gli sconsiderati attacchi a Salisbury,  con le prove raccolte con cura dalla polizia che ora puntano chiaramente allo Stato russo. Quando il presidente Trump toglie gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi, cerca di rottamare l’accordo nucleare iraniano, sposta l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme e persegue il nazionalismo aggressivo e le guerre commerciali, sta voltando le spalle alla cooperazione internazionale e persino al diritto internazionale. Abbiamo bisogno di un governo britannico che non solo possa mantenere il Paese al sicuro, ma possa anche parlare apertamente dei valori democratici e dei diritti umani.

 

Corbyn ha concluso: «Non vogliamo vivere in una società in cui i nostri concittadini dormono sonni agitati. Una società forte è quella che offre a tutti i nostri giovani la possibilità di realizzare il loro potenziale e nella quale tutti noi sappiamo che se i nostri genitori hanno bisogno di cure possono averle. Il nostro compito è costruire quella Gran Bretagna e insieme possiamo».

 

FONTE: http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/il-labour-rosso-di-corbyn-punta-sul-verde-green-jobs-revolution-per-la-gran-bretagna-video/