Rifiuti elettronici: una miniera d’oro che vale oltre 62 mld di dollari

Alimentata da nuovi stili, tendenze e dal desiderio di avere sempre l’ultima novità tecnologica in casa, la produzione mondiale di rifiuti elettrici ed elettronici potrebbe toccare quota 120 milioni di tonnellate entro il 2050. È quanto afferma il nuovo rapporto “A New Circular Vision for Electronics. Time for a Global Reboot” diffuso dalla Piattaforma per l’accelerazione dell’economia circolare (Pace), in collaborazione con l’E-waste Coalition, in occasione del recente World Economic Forum a Davos.  Nel 2016 sono stati prodotti più di 44 milioni di tonnellate di rifiuti elettrici ed elettronici, più di sei chilogrammi di rifiuti pro-capite.  Australia, Cina, Ue, Giappone, Nord America e Corea del Sud sono i maggiori produttori al mondo di rifiuti elettronici. Negli Stati Uniti e in Canada, ogni persona ne produce circa 20 kg, mentre nella Ue circa 17,7 kg. In Africa, ogni abitante ne produce solo 1,9 kg.

Spesso scambiati per normali rifiuti, la gestione degli e-waste risulta complessa e confusionaria tant’è, sottolinea il Rapporto, che meno del 20% dei rifiuti elettronici viene riciclato, con l’80% che finisce in discarica o peggio ancora nel mercato del riciclo illegale.

Secondo le stime ogni anno dalla sola Ue 1,3 milioni di tonnellate di prodotti elettronici vengono esportati in maniera illecita nei Paesi in via di sviluppo dove il recupero degli elementi preziosi, come rame e oro, è diventato una fonte di reddito. Poco importa se per recuperarli occorre bruciare la plastica, operazione che espone i lavoratori (spesso donne e bambini) a sostanze pericolose e cancerogene come mercurio, piombo e cadmio.

Inoltre, i rifiuti elettronici che finiscono nelle discariche contaminano il suolo e le falde acquifere, mettendo a rischio i sistemi di approvvigionamento alimentare e le risorse idriche.

Nel Rapporto, i membri della piattaforma Pace, la coalizione E-Waste delle Nazioni Unite, il Global Environment Facility, il World Economic Forum e il World Business Council per lo sviluppo sostenibile chiedono una revisione dell'attuale sistema di smaltimento dei rifiuti elettronici, sottolineando la necessità di puntare su un'economia circolare. Un modello di business in cui le risorse non vengono estratte, utilizzate e scartate, ma riutilizzate in modo da ridurre al minimo l'impatto ambientale e creare nuovi posti di lavoro.

Secondo il Rapporto, oltre agli impatti sulla salute e l'inquinamento, una gestione impropria dei rifiuti elettronici comporta una significativa perdita di materie prime preziose e poco diffuse, come oro, platino, cobalto e terre rare. Il 7% dell'oro di tutto il mondo può essere contenuto negli e-waste, che hanno un valore stimato di 62,5 miliardi di dollari (55 miliardi di euro), più del Pil di molti Paesi.

La mancanza di una corretta catena del riciclo unita al crescente numero dei dispositivi elettronici, sempre più piccoli, rappresenta un grosso problema per l’industria elettronica. Attualmente il riciclo di alcuni tipi di rifiuti elettronici, incluso il recupero dei materiali e dei metalli in essi contenuti, è un processo molto costoso.

L’unica strada percorribile è una transizione verso l’economia circolare, dove tutti i materiali e i componenti mantengono il loro valore nel tempo.

Così come suggerisce il Rapporto, i prodotti dovrebbero essere progettati e realizzati per favorire il riutilizzo e per durare il più a lungo possibile; i produttori potrebbero introdurre meccanismi di riacquisto o incentivare la restituzione delle vecchie apparecchiature; le aziende e i governi potrebbero impegnare risorse economiche per creare sistemi di produzione a ciclo chiuso, in cui tutti i vecchi prodotti vengono raccolti e i materiali recuperati, per poi essere reintegrati nei nuovi (in Cina c’è un obiettivo del 20% di contenuti riciclati in tutti i nuovi prodotti entro il 2025); si potrebbe favorire la dematerializzazione dei rifiuti elettronici sostituendo la proprietà definitiva dei dispositivi con il noleggio o leasing, al fine di massimizzare le opportunità di riutilizzo e riciclo del prodotto.

Se sviluppata nel modo giusto, conclude il Rapporto, l'economia circolare nel mercato dell’elettronica potrebbe ridurne i costi finali per i consumatori del 14% entro il 2040 e creare milioni di posti di lavoro in tutto il mondo legati alla corretta filiera del riciclo e del recupero. 

 

di Tommaso Tautonico

 

Fonte: http://asvis.it/home/46-3823/rifiuti-elettronici-una-miniera-doro-che-vale-oltre-62-miliardi-di-dollari#.XGUqzFxKjIV

L’Italia è tra i paesi europei più a rischio per inquinamento

Lo smog e i picchi di calore e gelo mettono a rischio le fasce sociali più deboli dei paesi dell'Europa meridionale e orientale. Poveri, anziani e bambini sono i più a rischio. L'Italia è tra le nazioni con le peggiori performance, con problemi frequenti e sensibili rispetto alle economie più sviluppate del continente. A fotografare la situazione è l'Agenzia Europea dell'Ambiente che, in occasione del venticinquesimo anniversario della sua fondazione, ha presentato il primo rapporto in cui vengono incrociati indicatori ambientali, sanitari, sociali, economici e demografici.

 

La situazione in Italia

L'Italia conquista un solo primato positivo. Roma è una delle città europee con la migliore situazione per quanto riguarda l'inquinamento acustico (il dato è del 2011). Ma il Belpaese è funestato da aree ad alto rischio per tre tipi di inquinamento atmosferico (da particolato, ossidi di azoto e ozono), nonché per le ondate di calore. Per numero di zone a rischio è il primo Paese in Europa.

 

Lo smog e il caldo

L'inquinamento atmosferico complica uno dei primati più interessanti in Italia, quello dell'aspettativa di vita, che è tra le più lunghe del continente. I problemi di smog nelle aree meno sviluppate possono complicare la vita dei più anziani, mettendola a rischio. In più, con l'aumentare della popolazione anziana, le ondate di calore mietono sempre più vittime.

 

Il reddito

Contrastare questi fenomeni è possibile, specie in corrispondenza di aree in cui c'è disponibilità economica, che permette di rendere le abitazioni più facili da raffreddare e riscaldare. Ma il rapporto mostra che in Europa il divario di reddito tra chi abita in case troppo calde e chi può permettersi un buon isolamento termico è molto accentuato. La differenza tra i due estremi è molto accentuata in Italia, Bulgaria, Grecia e Spagna. "Il nostro scopo non è fare una classifica tra stati - spiega all'Ansa il direttore dell'Eea, Hans Bruyninckx -, quanto raccomandare di fare politiche ambientali che tengano conto delle variabili sociali, con azioni mirate per tutelare i soggetti più deboli".

 

FONTE: https://tg24.sky.it/ambiente/2019/02/04/-inquinamento-italia-rischio-smog-picchi-temperature.html

Global warming: gli oceani saranno più blu

Con il riscaldamento globale in atto gli oceani diventeranno più blu, ma non è una buona notizia. Secondo una ricerca condotta da Stephanie Dutkiewicz del Massachusetts Institute of Technology (Mit) il maggiore calore assorbito dalla massa d’acqua oceanica modificherà la composizione del fitoplancton, i microrganismi vegetali alla base della catena alimentare degli oceani.

 

Fitoplancton

In base allo studio, il riscaldamento determinerà una riduzione del fitoplancton tanto che entro il 2100 il colore si modificherà su oltre il 50% della superficie coperta dalle acque. Il colore del mare è legato anche alla presenza del fitoplancton: più è diffuso e più verdi appaiono i mari ai nostri occhi in quanto questi microrganismi contengono clorofilla, di colore verde. Meno ce ne sarà, più i mari sembreranno blu. «La modifica del colore non sarà molto evidente a occhio nudo, ma sarà evidenziata dagli strumenti a bordo dei satelliti», ha riferito la scienziata del Mit.

 

La modifica

Secondo i ricercatori uno dei primi posti dove gli strumenti osserveranno il cambiamento verso un colore più blu sarà il Nord Atlantico, seguito a ruota da alcune zone dell’oceano Antartico.

 

di Paolo Virtuani

 

Fonte: https://www.corriere.it/scienze/19_febbraio_04/global-warming-oceani-saranno-blu-non-buona-notizia-abc6b988-2883-11e9-9261-1188ee60e68e.shtml

In Italia sono i giovani i più attenti all’ambiente

Se i temi legati all’ambiente e allo sviluppo sostenibile stanno scalando le priorità dell’opinione pubblica nazionale – come testimonia anche l’ultima indagine condotta da Ipsos e l’Istituto per gli studi di politica internazionale – c’è soprattutto una fascia d’età che si mostra particolarmente sensibile al tema: quella dei giovani, che non a caso in alcune città (Roma, Milano, Torino, Pisa, Genova) lo scorso venerdì è scesa in piazza per mobilitarsi contro i cambiamenti climatici dandosi appuntamento con l’hashtag #Fridaysforfuture, sulle orme della sedicenne svedese Greta Thunberg. Non si tratta di casi sporadici, ma di una tendenza in crescita: a documentarlo è  un’indagine condotta dall’Osservatorio giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo, con il sostegno di Fondazione Cariplo e di Intesa Sanpaolo, su un campione di 2000 giovani nati tra il 1982 al 1997.

 

Come spiegano dall’Osservatorio, l’interesse dei giovani verso il tema dell’ambiente emerge dall’indagine in modo molto chiaro: «Difficile trovare un argomento sul presente e futuro collettivo in grado di raccogliere un riconoscimento così trasversale, non solo sulla sua importanza, ma anche sulla necessità di impegnarsi in prima persona». Il sondaggio evidenzia infatti come la grande maggioranza dei giovani «si dichiari sensibile e attenta (con il 49% che lo è «molto»), mentre i disinteressati sono meno del 15%. Per oltre la metà degli intervistati l’interesse è aumentato negli ultimi anni».

 

Allo stesso tempo è molto ampia la fetta degli intervistati che vede la qualità ecologica come strettamente legata alla responsabilità individuale (59%), e che dunque si impegna nel fare la raccolta differenziata dei rifiuti (85,53%) o cerca di scegliere prodotti di aziende impegnate nella salvaguardia dell’ambiente (70%); una presa di coscienza indubbiamente positiva, ma che rischia di condurre a un’eccessiva atomizzazione – e dunque a un’azione efficace, di fronte a problemi complessi e di portata globale – se non guidata verso un’azione collettiva e all’interno di una cornice condivisa di conoscenze.

 

Un gap che emerge dalla stessa indagine: meno di un giovane su quattro sull’ambiente «si tiene informato in modo sistematico e non solo occasionale. A sapere molto bene cos’è lo sviluppo sostenibile è poco più del 10%  dei giovani – documentano dall’Osservatorio – Infine, oltre l’80% è poco attratto dalle associazioni oggi attivamente impegnate su questi fronti».

 

Dati che suggeriscono quanto sia importante fare buona informazione e comunicazione sui temi ambientali, sui canali e con le modalità più fruibili dalle nuove generazioni, anche nell’ottica di canalizzarne la domanda di cambiamento: se un’onda politica verde riuscirà mai a scuotere il nostro Paese sarà grazie ai giovani.

 

«Il tema dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile (assieme alla sensibilità per la giustizia sociale), si conferma avere sui giovani un grande potenziale di mobilitazione e sviluppo di cittadinanza attiva e consapevole, ma sembra ancora fortemente sottoutilizzato – argomenta sulle pagine di Arpat Alessandro Rosina, demografo e membro del think tank di greerenport, oltre che coordinatore scientifico del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo – Eppure potrebbe essere una delle chiavi principali per un loro ruolo attivo (e politico in senso lato) nel ripensare il futuro collettivo. Quello che è necessario fare è: aumentare la diffusione dell’informazione su questi temi, usare a tal fine i canali più familiari ai giovani, renderli parte attiva di discussione su questi temi, sperimentare modalità di impegno legato a laboratori di innovazione sociale, ma anche formare e offrire esperienze concrete che aiutino a capire come funziona l’economia circolare e le opportunità della green economy. Non si tratta solo di difendere il pianeta, c’è un nuovo modello sociale e di sviluppo da costruire, con meno squilibri e più sostenibile, che ha bisogno del protagonismo positivo delle nuove generazioni».

 

di Luca Aterini

 

Fonte: http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/in-italia-sono-i-giovani-i-piu-attenti-allambiente-ma-solo-il-10-sa-cose-lo-sviluppo-sostenibile/

Da Legambiente 10 proposte per l’economia circolare

Il 33% dei rifiuti prodotti in Italia sono in attesa dei decreti End of waste (Eow), che semplificherebbero il loro riciclo e ridurrebbero il loro conferimento in discarica, negli inceneritori o il loro smaltimento illegale.

 

Parliamo di 55 milioni di tonnellate di rifiuti, su un totale tra urbani, speciali e pericolosi di 165 milioni di tonnellate, tra cui prodotti assorbenti per la persona, rifiuti da costruzione e demolizione, plastiche miste e carta da macero. Ma anche oli di frittura, rifiuti da spazzamento, gomma vulcanizzata granulare, ceneri di altoforno e scorie di fonderia.

 

A sottolinearlo è Legambiente a valle del convegno “La corsa ad ostacoli dell’economia circolare in Italia”, tenutosi ieri, 6 febbraio, a Roma e che ha visto confrontarsi alla presenza del ministro dell’ambiente Sergio Costa diversi esperti del mondo industriale e membri del Parlamento.

 

Investire sull’economia circolare  – prosegue l’associazione ambientalista – conviene al bilancio dello Stato perché riduce le importazioni di materie prime, all’ambiente e alla salute dei cittadini.

 

Ma per arrivare a questo risultato è indispensabile rimuovere quegli ostacoli normativi (ad esempio la burocrazia asfissiante, i decreti Eow sulle materie prime seconde che non arrivano mai, il mancato consenso sociale per la realizzazione dei fondamentali impianti di riciclo) che frenano il decollo di questo modello di sviluppo economico, al centro delle direttive europee, e che trasforma i rifiuti da problema a risorsa.

 

È questa la sfida che Legambiente lancia al Governo e al Parlamento, presentando dieci proposte pratiche che mirano ad abbattere quelle barriere non tecnologiche ancora oggi presenti che stanno rallentando vistosamente la corsa dell’economia circolare.

 

Quello di cui il Paese in primis ha bisogno, secondo l’associazione, per far decollare l’economia circolare, è:

 

 una norma efficace sull’End of waste

più impianti per il riciclo e il riuso dei rifiuti urbani e speciali rendendo autosufficienti le regioni

una tariffa puntuale e obbligatoria per ridurre e prevenire la produzione dei rifiuti grazie ai sistemi di raccolta domiciliare, sul modello di quanto già fatto con legge regionale in Emilia Romagna o Lazio

una nuova ecotassa sui rifiuti in discarica basata sui quantitativi pro capite di secco residuo smaltito.

costruire un mercato dei prodotti realizzati con le norme relative al Green Public Procurement (GPP) e l’applicazione obbligatoria dei Criteri ambientali minimi (Cam) nelle gare d’appalto

rafforzare il sistema dei consorzi obbligatori senza pensare a ulteriori aperture al mercato che hanno sempre fallito in questo settore nel passato

garantire più controlli lungo tutta la filiera dei rifiuti, urbani e speciali, per combattere la concorrenza sleale e i traffici illeciti con l’emanazione dei decreti ministeriali della legge 132/2016 che ha istituito il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente formato da Ispra e dalle Arpa

una più incisiva azione di controlli a tappeto sul territorio nazionale serve ad esempio anche a contrastare la vendita dei sacchetti fuori legge,

garantire il rispetto del bando dei cotton fioc non compostabili

valutare la regolarità delle fideiussioni degli impianti di gestione rifiuti.

Inoltre, prosegue Legambiente, tra le altre norme a favore dell’economia circolare che devono vedere al più presto la luce, l’approvazione in tempi rapidi del disegno di legge Salvamare sulla plastica monouso predisposto dal ministro dell’ambiente Sergio Costa, unificandone i contenuti con il pdl sul fishing for litter presentato a Montecitorio dalla deputata Rossella Muroni per permettere ai pescatori di fare gli spazzini del mare, e poi far in modo che nei supermercati per l’acquisto dell’ortofrutta si utilizzi sempre meno plastica monouso emanando una circolare del Ministero della Salute per sbloccare l’uso delle retine riutilizzabili.

 

FONTE: https://www.qualenergia.it/articoli/legambiente-10-proposte-per-leconomia-circolare/

Nel 2019 a rischio i treni regionali per i tagli alla mobilità

Il rapporto “Pendolaria” di Legambiente lancia un forte allarme sul futuro della mobilità locale, sempre più rischio a causa dei tagli ai fondi previsti dalla nuova Legge di Bilancio.

 

Treni, tram, metropolitane: tutta la rete ferroviaria dedicata al trasporto locale dovrà fare a meno di ben 300 milioni di euro, che è l’entità dei tagli previsti da una clausola di salvaguardia contenuta nel testo della Manovra. Ciò si tradurrebbe in una significativa riduzione del numero di treni regionali disponibili, con differenze anche macroscopiche di regione in regione. Una pessima notizia, insomma, per circa 5,59 milioni di passeggeri che potrebbe aggravare un quadro reso già precario dal taglio di 56 milioni di euro dello scorso anno.

 

Già a luglio, dunque, i treni in movimento sui nostri binari potrebbero essere molti meno. E se dal monitoraggio della finanza pubblica emergerà la necessità di procedere con i tagli previsti, la riduzione dei treni dovrebbe essere del 6,1%.

 

Secondo l’Associazione, “Se il Ministro Toninelli vuole davvero rilanciare il trasporto locale, le risorse dovranno essere incrementate, non di certo tagliate”. E il vicepresidente di Legambiente, Edoardo Zanchini, ha incalzato così:

 

“Non si è capito quale idea abbia il governo per il rilancio dell’offerta per i pendolari e per il trasporto pubblico locale. Si fa un gran parlare di Tav, ma il rischio è che come nelle precedenti legislature vadano avanti solo le autostrade, mentre le opere che servono ai pendolari rimangono ferme, rinviate e incompiute”.

 

Secondo i dati di Legambiente, in Italia 2 milioni e 874 mila persone utilizzano ogni giorno i treni regionali, e altri 2 milioni e 716 mila prendono le metropolitane. Basti pensare che tra Firenze e Bologna l’offerta dei treni arriva a ben 162 treni al giorno, mentre sulla Roma-Lido di Ostia o la Circumvesuviana di Napoli sono quasi 60 mila le persone che non prendono più il treno per la pessima resa del servizio.

 

Il paradosso, dunque, è che a fronte di un netto aumento dei pendolari le linee disponibili diminuiscano progressivamente, con divari decisamente rilevanti tra le Regioni e gestori diversi, costringendo così i cittadini ad utilizzare mezzi privati. C’è da dire, però, che la legge di bilancio prevede anche misure positive per la rete ferroviaria, ad esempio l’introduzione di un fondo al Ministero dell’Economia con una quota riservata al trasporto pubblico di massa.

 

Fonte: https://quifinanza.it/finanza/2019-rischio-treni-regionali/253251/