Qualità dell'aria e mobilità sostenibile, siamo indietro. I dati di Mobilitaria 2018

Il numero dei superamenti di particolato atmosferico (PM10 – PM 2,5) e biossido di azoto (NO2) rimane alto nelle città italiane, soprattutto quelle del Nord (Milano e Torino in testa), nonostante la diminuzione in valori assoluti dell’ultimo decennio. Per quanto riguarda l’andamento della mobilità urbana sono stati fatti passi in avanti, ma i risultati sono insufficienti e ci sono profonde differenze tra le città.

 

Questo il quadro che emerge dal report “MobilitAria. Qualità dell’aria e politiche di mobilità nelle 14 grandi città italiane 2006 – 2016”, di cui abbiamo già parlato su queste pagine, curato dal Gruppo di Lavoro “Mobilità sostenibile” di Kyoto Club e dall’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IIA) e presentato oggi, 16 febbraio, in occasione della conferenza “Cambiamenti climatici, politiche di mobilità e qualità dell’aria nelle grandi città italiane”, organizzata da Kyoto Club in occasione dell’anniversario del Protocollo di Kyoto. 

 

Le città prese in considerazione sono Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino, Venezia.

 

Per quanto riguarda l’andamento della qualità dell’aria - ci spiega una nota diffusa dal Kyoto Club a seguito del convegno - nelle Città metropolitane nel periodo 2006-2016, i dati che emergono sono i seguenti: nonostante un miglioramento diffuso e una lieve diminuzione delle concentrazioni annuali, nelle città restano comunque alti i livelli di PM10, PM2,5 e NO2. Per il biossido di azoto (NO2) si registrano miglioramenti tra il 36% e il 45% a Bari, Bologna, Catania e Reggio Calabria; si fermano sotto il 20% Firenze, Napoli, Venezia e Palermo. Nei diversi anni presentano comunque superamenti Roma, Milano, Torino, Firenze, Genova, Napoli e Catania.

 

Diminuiscono anche le concentrazioni di particolato atmosferico (PM10), segnala il rapporto: i principali decrementi si registrano a Torino (-47%), Genova (-37%), Firenze (-36%) e Roma (-35%). Nonostante il calo diffuso delle concentrazioni, i valori di PM10 sono superiori al limite (35 per anno) soprattutto nelle città di Milano, Torino e Venezia.

 

Per quanto riguarda i valori di PM2,5 le città con riduzioni più vistose sono Bologna (-43%), Napoli (-43%), Roma (-38%) e Cagliari (-36%) mentre rimangono alti i valori a Milano, Torino e Venezia.

 

Sotto il punto di vista della mobilità urbana, invece, il report sottolinea diverse questioni: nonostante una sua diminuzione, resta alto il tasso di motorizzazione. In testa Catania (684 veicoli/1000 abitanti), Cagliari (646/1000) e Torino (639/1000). Le città che usano più l’automobile sono Cagliari (78%), Reggio Calabria (76%), Catania e Messina (68%). 

 

Per l’uso del trasporto pubblico locale (TPL) sul podio Milano (38%) e Genova (30%), maglia nera per Catania (5%). A causa dei tagli della Finanziaria del 2010 ai servizi di TPL diminuiscono gli utenti soprattutto al sud: Napoli (-32%), Catania (-17%), Genova (-12%), Roma (-6%). Crescono anche le reti tramviarie e metropolitane in diverse città ma il deficit resta alto.

 

Aumentano le zone a traffico limitato in molte città, tra le quali Mestre, Bari, Genova, Napoli e Palermo.  Aumentano anche le piste ciclabili: Firenze è la città dove si pedala di più (9%) seguita da Mestre (8%), Bologna e Milano (6%), Torino (3%). In crescita anche le aree pedonali. Firenze ha l’area pedonale più estesa; tra le città che camminano di più ogni giorno, Napoli è la prima (19%) seguita da Venezia e Bari (18%). 

In 5 grandi città, dal 2013, decolla il car sharing. Buona la performance del bike sharing a Milano a Torino. A Firenze e Milano via al bike sharing a flusso libero dal 2017.

 

FONTE: http://www.qualenergia.it/articoli/20180216-qualita-aria-e-mobilita-sostenibile-siamo-indietro-i-dati-di-mobilitaria-2018

Saponi, cosmetici e vernici inquinano l'aria quanto il traffico

SULL'inquinamento atmosferico i conti non tornano. A meno che nel calcolo delle emissioni non si includano gli idrocarburi liberati da detergenti, solventi e vernici. A questa conclusione sono giunti gli scienziati atmosferici, coordinati dall'agenzia statunitense National Oceanic and Atmospheric Administration, dopo aver inutilmente tentato di conciliare le concentrazioni di particolato e ozono misurate nella trafficatissima Los Angeles con le stime basate sulle sole emissioni dei mezzi di trasporto.

 

LO STUDIO

Nell'analisi pubblicata sulla rivista Science, Brian McDonald e colleghi hanno perciò riesaminato le sorgenti di inquinamento atmosferico incrociando i dati di produzione delle aziende chimiche con le stime elaborate dalle agenzie regolatorie. Concentrandosi su una particolare classe di inquinanti, i cosiddetti "composti organici volatili" o voc, i ricercatori hanno inoltre effettuato analisi dettagliate della chimica atmosferica di Los Angeles ed esaminato la letteratura di settore sulle misurazioni della qualità dell'aria negli ambienti interni. Il responso è andato ben oltre le aspettative.

 

IL CONFRONTO

Secondo gli autori, la quantità di voc rilasciata dai prodotti industriali e di consumo è dalle due alle tre volte superiore, mentre le emissioni riconducibili al traffico veicolare inferiori di circa un quarto, rispetto alle attuali stime. Forti di un database estremamente dettagliato e aggiornato, i ricercatori hanno calcolato che il contributo delle due sorgenti sia pressoché identico in termini di massa. Un risultato ancor più sorprendente considerato che il consumo medio di carburante pro-capite è circa quindici volte maggiore quello di lozioni, detergenti e solventi.

 

COSA SONO I ''VOC''

"I voc sono una classe di idrocarburi gassosi a cui appartengono anche il benzene e il metano. Se un tempo la sorgente principale era rappresentata dai carburanti, oggi vanno diffondendosi quelli di provenienza domestica, di cui facciamo un utilizzo massiccio" conferma Angelo Cecinato, dirigente di ricerca dell'Istituto sull'inquinamento atmosferico del Cnr. Un esempio sono i terpeni come il limonene, utilizzato come base per i profumi ma responsabile anche dell'aroma di agrumi nei detersivi per i piatti. Oppure gli alcoli presenti in vernici, cosmetici e diluenti. Questi composti sono  pressoché onnipresenti in casa: li troviamo anche in sgrassatori, deodoranti, disinfettanti, pesticidi e materiali isolanti. E persino nella lacca e nello smalto per le unghie. "La classe comprende diverse migliaia di composti, con effetti molto diversi per la salute. L'interazione con l'organismo è complessa perché possono presentarsi sia in fase gassosa sia come particolato. E quindi essere inclusi dalla polvere" prosegue il chimico. Attraverso gli alveoli polmonari, i voc possono raggiungere il sangue e causare una vasta gamma di effetti che vanno dal disagio sensoriale fino a gravi alterazioni dello stato di salute. Ad alte concentrazioni possono causare effetti a carico di numerosi organi o apparati, in particolare del sistema nervoso centrale. Per alcuni di essi, come il benzene, è nota la cancerogenicità.

 

INQUINAMENTO DOMESTICO

Nell'immaginario collettivo, il principale responsabile dell'inquinamento urbano rimane il traffico veicolare. Eppure, negli ultimi decenni una regolamentazione sempre più stringente ha obbligato le case automobilistiche a ridurre progressivamente le emissioni inquinanti. Inoltre, i carburanti sono generalmente relegati in contenitori a tenuta stagna: il benzene non va disperso bensì bruciato per produrre energia.

 

"Al contrario, i composti utilizzati in solventi o prodotti per la cura della persona sono letteralmente progettati per evaporare" sottolinea Cecinato. Negli ambienti interni, dove trascorriamo buona parte della nostra esistenza, questi composti ristagnano e vengono continuamente risollevati con la polvere, raggiungendo concentrazioni fino a dieci volte più elevate di quelle esterne.

 

Secondo gli autori dello studio, ciò è coerente con lo scenario per il quale le emissioni dei prodotti domestici costituiscono una componente significativa dell'inquinamento dell'aria esterna. Il problema esiste, non bisogna sminuirlo ma nemmeno fare terrorismo: "Innanzitutto è necessario identificare i composti ad alta tossicità. Un compito non facile perché alle sostanze tossiche tradizionali se ne aggiungono ogni anno di nuove, per le quali non esistono limiti di legge. Progressivamente andranno sostituite, ma con loro anche le nostre abitudini dovranno cambiare" conclude Cecinato.

 

di DAVIDE MICHIELIN

 

FONTE: http://www.repubblica.it/ambiente/2018/02/16/news/saponi_e_vernici_inquinano_l_aria_piu_del_traffico-188984176/?ref=RHPF-VA-I0-C6-P5-S1.6-T1

Italia agli ultimi posti in Europa per auto elettriche vendute

Da noi si vende il maggior numero di vetture a combustibile alternativo, ma il minor numero di auto elettriche. Questa è l’Italia fotografata dall’Anfia, l’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica che pubblica mensilmente le elaborazioni dei dati relativi alle immatricolazioni di autovetture rilasciati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

 

Con oltre 230 mila auto immatricolate nel 2017, l’associazione inquadra l’Italia come il paese con il più alto numero di vetture ad alimentazione alternativa dell’Unione Europea. In pratica, una di queste auto su quattro è immatricolata nel Bel Paese. Un primato che però non è figlio di una diffusione delle auto elettriche o ibride, anzi. In Italia non ci sono incentivi statali per l’acquisto dei veicoli elettrici, che invece volano in altre nazioni proprio grazie agli aiuti pubblici. La debolezza sul mercato è facilmente sopraffatta dalle auto a gas. Sul totale di 953.355 vetture ad alimentazione alternativa vendute nei Paesi Ue/Efta nel 2017, il 21,6% (cioè 205.667 unità) sono a metano i gpl. L’Italia da sola ne ha vendute lo scorso anno 161.785, quasi 8 su 10 (il 78,7% del totale europeo e il 70,3% del totale delle vetture ad alimentazione alternativa in Italia).

 

Pur avendo fatto registrare un raddoppio rispetto al 2016 (quando erano 2.819), le auto elettriche e le cugine ibride si sono fermate ad appena 4.827 unità. In percentuale sono numeri da prefisso telefonico rispetto al mercato italiano dell’auto nel suo complesso (0,2%) e poco più nel solo settore dell’alimentazione alternativa (2,1%).

 

Nell’Unione Europea ben altre performance fanno registrare gli altri stati: a cominciare dalla Svezia, con una auto elettrica ogni 19 vendute, per proseguire con Belgio e Paesi Bassi (una ogni 38) e Finlandia (una ogni 39). Per fare un raffronto, Italia e Grecia chiudono la classifica rispettivamente con una auto elettrica ogni 408 e una ogni 443 immatricolate.

 

FONTE: http://www.rinnovabili.it/mobilita/italia-ultimi-posti-auto-elettriche-333/

 

Sì alla carbon tax e via i sussidi ai combustibili fossili: da qui 23 miliardi di euro per l’Italia

Che cosa accadrebbe se tutti i sussidi ai combustibili fossili ancora erogati da Stati di tutto il mondo – secondo i calcoli del Fondo monetario internazionale si parla (nel 2015) di 5.300 miliardi di dollari, 10 milioni di dollari al minuto – venissero di colpo cancellati? Le emissioni di CO2 diminuirebbero drasticamente? Con quali effetti indiretti sui lavoratori e sulla popolazione, soprattutto nei Paesi più poveri? La risposta a tali quesiti non è così scontata, e a prendersi la briga di approfondirla è stato il team di ricercatori che ha appena pubblicato su Nature lo studio Limited emission reductions from fuel subsidy removal except in energy-exporting regions.

 

La ricerca, cui hanno partecipato anche Massimo Tavoni e Johannes Emmerling del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc). Secondo quanto emerso dalla ricerca – come informano proprio dal Cmcc – la rimozione di sussidi alle fonti fossili a livello globale produrrebbe, entro il 2030, una diminuzione delle emissioni di CO2 compresa tra l’1 e il 5%, pari a una quantità compresa tra 0,5 e 2 miliardi di tonnellate di CO2, un numero inferiore agli impegni dell’accordo di Parigi che richiede una diminuzione di 4-8 miliardi di tonnellate di CO2, e che comunque non permetterebbe di rimanere sotto i 2°C.

 

Bisogna fare però delle distinzioni tra diverse aree geografiche: Medio Oriente e Nord Africa, Russia e America Latina raccoglievano nel 2015 i due terzi dei sussidi mondiali che, se fossero eliminati, porterebbero in quest’area geografica, a tagli di emissioni uguali o maggiori a quelli stabiliti a Parigi. Il discorso è invece diverso per altre realtà, come l’India e regioni africane dove l’eliminazione dei sussidi avrebbe un impatto immediato sulle bollette e sui bilanci familiari, andando ad interessare le fasce di popolazione a reddito più basso. In simili situazioni, e in assenza di misure compensative, il risultato potrebbe essere il taglio dei consumi energetici e l’orientamento verso il più economico carbone come fonte di energia.

 

Quindi eliminare i sussidi è una scelta sbagliata per raggiungere gli obiettivi di Parigi? «No – chiarisce Tavoni – vuol dire piuttosto che eliminare i sussidi è una misura che da sola non basta. Intanto sappiamo che in alcune regioni produrrebbe effetti di riduzione sulle emissioni, per non parlare del miglioramento della qualità dell’aria conseguente a una riduzione dell’uso delle fonti fossili, con beneficio per la salute pubblica. Ci sono regioni dove invece gli esiti possono essere negativi, ma in questi casi bisogna fare attenzione a tutte le ripercussioni che una singola misura può avere e integrarla in una serie di iniziative che ne bilancino gli impatti sociali ed economici. La tassazione della CO2 rimane uno strumento fondamentale».

 

Prendiamo il caso italiano. Secondo il ministero dell’Ambiente ammontano a 16,1 miliardi di euro i sussidi ambientalmente dannosi erogati ogni anno, e il comparto energetico riveste un ruolo di primo piano nella partita, tanto che – stima Legambiente – i sussidi (diretti e indiretti) garantiti ai combustibili fossile ammontano a 15,2 miliardi di euro nel 2016. Cancellarli forse non farebbe calare drasticamente le emissioni di CO2 del Paese, anche se potrebbe aiutare – un aiuto che non farebbe male, dato che nel frattempo sono tornate a crescere, nonostante l’Accordo di Parigi – e certamente libererebbe risorse economiche importanti da destinare allo sviluppo di efficienza energetica e rinnovabili, e/o a scopi di sostenibilità sociale.

 

Al contempo, inaugurare una carbon tax (ovvero la tassazione della CO2 auspicata anche dal Cmcc) pari a 20 €/t, come recentemente ipotizzato dal direttore scientifico del Kyoto club Gianni Silvestrini, permetterebbe di ridurre l’emissione di gas serra e al contempo recuperare gettito per altri 8 miliardi di euro – anch’essi reinvestibili nel perseguimento degli obiettivi di sostenibilità ambientale e sociale.

 

Una strategia concreta che ha già case history d’eccellenza da poter vantare, come quello della Svezia: nel Paese scandinavo dall’introduzione della carbon tax negli anni ’90 il Pil è cresciuto del 58% mentre le emissioni di gas serra sono calate del 23%, tanche che adesso la Svezia ha già approvato una legge che impegna la nazione a divenire carbon neutral entro il 2045. Una strada che potrebbe percorrere anche l’Italia se solo lo volesse: in fase di campagna elettorale non sarebbe un obiettivo da poco da avanzare.

 

di Luca Aterini

 

FONTE: http://www.greenreport.it/news/clima/si-alla-carbon-tax-via-sussidi-ai-combustibili-fossili-23-miliardi-euro-litalia/

Giornata mondiale delle balene, il 13 febbraio si celebra il loro futuro

La giornata è dedicata alla protezione e alla conoscenza delle balene, i mammiferi marini più iconici degli oceani, minacciati tutt’oggi dalle attività umane.

Il divieto di caccia alle balene è entrato in vigore nel 1986, eppure ancora oggi i giganti degli oceani devono far fronte a numerose minacce. La prima, tristemente nota, è rappresentata dal Giappone, lo stato asiatico ha continuato indisturbato a macellare questi pacifici cetacei aggirando il divieto con la scappatoia della ricerca scientifica.

 

Le minacce per le balene

Il Paese asiatico non è però l’unico a violare la moratoria stabilita dalla Commissione baleniera internazionale (Iwc), anche Norvegia e Islanda continuano a cacciare balene, l’Islanda poi è l’unica nazione al mondo a cacciare anche la balenottera comune (Balaenoptera physalus), specie a rischio di estinzione. Anche le altre minacce per le balene sono, naturalmente, di origine antropica e sono il crescente inquinamento delle acque di tutto il globo, i cambiamenti climatici, le catture accidentali da parte dei pescherecci, le collisioni con le navi e l’esplorazione petrolifera.

 

La speranza

Ciononostante ci sono anche buone notizie, le popolazioni di alcune specie sono in crescita, come quella di balene grigie del Pacifico Occidentale e di megattere che vivono al largo della costa occidentale australiana. Per celebrare queste creature dall’intelligenza straordinaria e ancora misteriosa e sottolineare la necessità di proteggerle, il 13 febbraio si celebra la Giornata mondiale delle balene.

 

Maui Whale Festival

La ricorrenza è nata nel 1980 nell’isola hawaiiana di Maui, uno dei posti migliori per il whale-watching, per festeggiare il ritorno delle megattere nell’isola durante la loro migrazione stagionale. Per l’occasione da oltre trenta anni viene organizzato il Maui Whale Festival, manifestazione organizzata dalla ong Pacific Whale Foundation, completamente incentrata sulle balene, con carri allegorici a tema, conferenze, concerti e spettacoli.

 

2018: corsa e film per le balene

La trentottesima edizione del Maui Whale Festival è iniziata lo scorso 10 febbraio e si concluderà il 24. Come ogni anno si celebrerà il transito delle megattere al largo dell’isola hawaiana. Il programma prevede numerosi eventi, tra cui una corsa benefica, conferenze con esperti, concerti, una festa in maschera e un festival cinematografico. Ogni attività è stata ideata per aumentare la consapevolezza circa l’importanza della conservazione dei cetacei e del loro habitat.

 

2016: il porno in difesa delle balene

Quest’anno le balene potranno contare anche su un alleato insospettabile, il sito pornografico Pornhub ha infatti dichiarato che fino alla fine di febbraio donerà ad un’associazione senza fini di lucro che si occupa di tutelare le balene, un centesimo di dollaro per ogni duemila filmati hard visualizzati sulla sua piattaforma. In base alle proiezioni delle visite effettuate al sito l’associazione dovrebbe ricevere, alla fine della campagna, oltre 26mila dollari.

 

di Lorenzo Brenna

 

FONTE: https://www.lifegate.it/persone/news/il-13-febbraio-e-la-giornata-mondiale-delle-balene

 

Verso il 4 marzo: l’energia nei programmi elettorali

La premessa è doverosa: visto l’esito incerto delle elezioni e la scarsa probabilità di avere una maggioranza solida che emergono dai sondaggi, difficilmente quel che sta scritto nei programmi elettorali delle forze in gara il 4 marzo si concretizzerà in misure reali e, inoltre, i propositi messi nero su bianco dai pariti sono comunque quasi sempre piuttosto vaghi.

 

Una seconda premessa, questa rassicurante per chi crede nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica, è che, quale che sia la maggioranza che si formerà, appare improbabile che si stravolga l’impulso pro rinnovabili impresso dalla SEN approvata lo scorso autunno.

 

Una coalizione tra Centrosinistra e parti del Centrodestra, con ogni probabilità, infatti, porterebbe avanti la Strategia come delineata. Un eventuale governo M5S potrebbe modificare gli indirizzi della SEN targata PD, ma solo per spingere ancora di più sull’energia pulita, come da loro programma. Anche ipotizzando che il Centrodestra riuscisse da solo a governare, difficilmente si toglierebbe l’appoggio all’energia pulita: gli interessi di molte aziende grandi e piccole ormai si sono spostati su questo fronte e in questa ultima legislatura abbiamo visto interventi pro rinnovabili anche da esponenti di PdL e Lega, non certo ambientalisti.

 

Il peggiore degli scenari (per qualcuno molto probabile) è dunque quello che le misure previste dalla SEN, lungi dall’essere stravolte, tardino ad essere attuate.

 

Detto questo, vale comunque la pena guardare cosa propongono le principali forze politiche nei loro programmi.

 

Centrodestra

 

Il risparmio energetico, l’efficientamento della rete tramite l’applicazione di tecnologie innovative, la sicurezza degli approvvigionamenti e il sostegno alle energie rinnovabili sono gli elementi più importanti in ambito energetico.

 

All’interno della coalizione, Fratelli d’Italia propone di tutelare l’italianità di Eni ed Enel, così come delle reti e delle infrastrutture logistiche e tecnologiche, chiudendo a ogni ipotesi di investimento estero.

 

Prevista anche la riconversione delle attività produttive a elevato impatto ambientale e la previsione di città a impatto zero con forme di sostegno alla mobilità sostenibile (auto elettriche e car sharing), tema caro anche a Noi con l’Italia. Infine, una particolare attenzione per le zone terremotate con la previsione di sgravi fiscali sui lavori di ristrutturazione, messa in sicurezza ed efficientamento energetico.

 

Centrosinistra

 

Il centrosinistra riparte dalla SEN che contiene le linee direttrici della politica energetica italiana dei prossimi anni al fine di realizzarne gli obiettivi. Incremento della produzione di energia da fonti rinnovabili, con l’obiettivo minimo di una penetrazione totale sui consumi almeno al 28% nel 2030 e una percentuale di elettricità da fonti rinnovabili pari almeno al 55% e cessazione della produzione di energia elettrica da carbone nel 2025.

 

Nel capitolo energia sono da sottolineare la riduzione dei prezzi dell’elettricità, rispetto alla media Ue, e l’azzeramento del differenziale di prezzo all’ingrosso tra il gas italiano e quello del Nord Europa. Non viene trascurato quest’ultimo settore per il quale si propone il potenziamento delle infrastrutture di rigassificazione, trasporto e stoccaggio del gas, nonché la creazione di un mercato del gas.

 

Un altro punto focale è rendere competitivo il mercato elettrico e del gas in attuazione alla legge concorrenza e creare un sistema energetico indipendente dai combustibili fossili, sostenibile per l’ambiente, competitivo dal punto di vista economico e più sicuro.

 

Particolare attenzione verrà destinata al processo di riconversione in corso delle ex centrali. Sul fronte della mobilità sostenibile e della diffusione del vettore elettrico occorre accelerare la transizione verso modalità di trasporto meno inquinanti, con l’obiettivo di raggiungere 15.000 colonnine di ricarica dei veicoli elettrici.

 

E ancora: la trasformazione delle auto blu in auto verdi e l’utilizzo costante di nuove tecnologie per ridurre le emissioni. Si punta alla promozione dell’elettrificazione e all’utilizzo di biocarburanti avanzati tra cui il biometano.

 

Altro tema contenuto nel programma del centrosinistra sono le smart city: riqualificazione energetica del patrimonio edilizio, incentivi alla creazione di piattaforme per bike, car e scooter sharing e la realizzazione di smart grid. Riqualificare il patrimonio edilizio della PA, migliorandone l’efficienza energetica e promuovendo modelli di autoproduzione di energia.

 

L’impegno è rendere più efficiente la rete di illuminazione pubblica grazie all’utilizzo di contatori digitali di ultima generazione (33 milioni di contatori digitali di ultima generazione per oltre 2 miliardi di investimento) e risparmiando sulla riqualificazione del sistema attraverso il passaggio all’illuminazione a Led (Piano di illuminazione a LED del patrimonio pubblico e delle strade cittadine).

 

+Europa propone la decarbonizzazione con transizione graduale con sempre maggiore apporto delle energie rinnovabili e l’uso del gas come fonte di transizione. Introduzione della carbon tax per disincentivare l’uso di fonti inquinanti. Propone inoltre principi di fiscalità ambientale più rigidi, eliminando da subito i sussidi pubblici alle fonti fossili. Altri punti interessanti riguardano la privatizzazione delle imprese pubbliche che operano in mercati concorrenziali per evitare la nascita di nuovi monopoli privati e la messa a gara dei servizi pubblici locali per renderli più efficienti e restituire ai cittadini il potere di governare sulla qualità del servizio.

 

Movimento 5 Stelle

 

Green economy, 100% rinnovabili. Questo l’incipit del programma energia del M5S che vuole contribuire a costruire un sistema energetico alimentato esclusivamente da fonti rinnovabili entro il 2050 puntando a creare 17mila nuovi posti di lavoro per ogni miliardo di euro investito nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica e prevedendo lo spostamento degli incentivi statali verso le fonti rinnovabili.

 

I pentastellati dicono no all’energia nucleare, anche importata e stop alle trivellazioni, con conseguente tutela del sottosuolo e delle sue risorse. Prevista l’uscita dal petrolio entro il 2050 nonché la promozione di politiche che scoraggino l’uso di benzina e gasolio.

 

Nel programma si vuole riportare Terna a essere statale. Un capitolo riguarda poi le società pubbliche: razionalizzazione e riorganizzazione delle società e partecipate pubbliche; stringente definizione dei requisiti di onorabilità e contrasto ai conflitti di interesse nelle nomine dei vertici delle società pubbliche e rigida valutazione dell’azione delle società pubbliche statali in base a obiettivi predefiniti.

 

Il Movimento chiede anche la modifica dei criteri di nomina delle Autorità amministrative indipendenti. Ridimensionare gli investimenti esteri delle imprese pubbliche a favore di investimenti sul territorio nazionale: 50 miliardi nei settori strategici puntando su innovazione, rinnovabili, manutenzione del territorio, contrasto al dissesto idrogeologico, adeguamento sismico, banda ultralarga. Sulla mobilità sostenibile, invece, l’obiettivo è di un milione di auto elettriche.

 

Liberi e Uguali

 

Liberi e Uguali punta sulla transizione energetica sostenibile proponendo la costruzione di un modello di democrazia energetica per favorire l’autoproduzione di energia pulita.

 

Un “Grande piano verde” che contenga visione e strategia per raggiungere la totale decarbonizzazione del Paese, il passaggio all’economia circolare, la riduzione dei consumi energetici e 100% rinnovabili al 2050. Tutto ciò attraverso investimenti in programmi di efficientamento energetico (casa, mobilità e trasporti), interventi sui sussidi alle fonti fossili per eliminarne la dipendenza e l’introduzione della carbon tax.

 

Tra gli altri punti: forte potenziamento dei trasporti pubblici urbani e pendolari su ferro e dei sistemi logistici intermodali; un programma strutturale per la conversione dell’industria pesante ed inquinante.

 

Potere al Popolo

 

Potere al Popolo propone una radicale messa in discussione della Strategia Energetica Nazionale, raccogliendo le rivendicazioni dei movimenti e la richiesta di democrazia dei territori; moratoria sui nuovi progetti estrattivi riguardanti combustibili fossili e lo stop a ogni progetto di estrazione non convenzionale; l’ eliminazione dei sussidi pubblici alle fonti fossili o ambientalmente dannose (16 miliardi annui) da utilizzare per la creazione diretta di posti di lavoro nell’efficienza energetica, nelle energie rinnovabili, in ricerca e innovazione tecnologica

 

Ancora: uscita totale dal carbone entro il prossimo decennio, uso delle biomasse solo da scarti, la pianificazione degli impianti eolici con criteri di tutela paesaggistica e faunistica, lo stop a infrastrutture energetiche come il TAP e Poseidon;

 

Altro punto: un piano di investimenti per la mobilità sostenibile e il trasporto pubblico potenziando il traffico merci su ferro e via mare; un radicale potenziamento della ciclabilità, con una politica di investimenti pubblici.

 

FONTE: http://www.qualenergia.it/articoli/20180209-verso-il-4-marzo-l-energia-nei-programmi-elettorali