Ex Ilva/Acciaierie d'Italia è il fallimento di un progetto industriale

Com’è noto, i soci di Acciaierie d’Italia – Arcelor Mittal e Invitalia – stanno trattando la loro separazione. Oggi scade il termine stabilito dal governo per raggiungere un accordo che eviti l’amministrazione straordinaria della società. Tuttavia, ieri sera, si è registrata una rottura tra le parti e, a meno di colpi di scena, la ex Ilva si avvia al suo secondo commissariamento. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Oikonova.

 

Sabella, come mai questa rottura e quali secondo lei le possibili evoluzioni del caso?

 

Fino a ieri si è cercata la soluzione per un divorzio consensuale. Il punto sul quale le parti si sono divise è questo: per assicurare la continuità produttiva, Invitalia ha proposto un aumento di capitale da un miliardo di euro per l’acquisto degli impianti, aumento che avrebbe dovuto seguire la conversione in capitale del finanziamento soci di Invitalia da 680 milioni e un aumento da 320 milioni per finanziare i pagamenti urgenti. Invitalia ha chiesto un coinvolgimento a Mittal in questa operazione, anche con un esborso minore, onde evitare che l’operazione tutta a carico dell’Agenzia si presenti come un aiuto di stato. Da parte della multinazionale franco-indiana, invece, la chiusura è stata totale. Fino a ieri sera, quando a Palazzo Chigi il Consiglio dei ministri ha approvato una bozza di decreto per l’inevitabile commissariamento in caso di mancato accordo. Credo che la partita non sia finita. Quello che pare evidente è che il governo – pur con un po’ di ritardo, ma la cautela era dovuta – ha deciso di accogliere le sollecitazioni delle organizzazioni sindacali e di provare a salvare la grande acciaieria. In questo senso, non vi è alternativa a risolvere il rapporto con Arcelor Mittal.

 

Mancano poche ore alla scadenza che il governo ha indicato ai soci di Acciaierie d’Italia – Invitalia e Arcelor Mittal – per trovare un accordo. Quali possibilità ci sono a questo punto?

 

Consideriamo che Arcelor Mittal ha come obiettivo quello di trovare un accordo come alternativa all’Amministrazione Straordinaria, soluzione che è dannosa sia per il business di Acciaierie d’Italia, sia per tutti i suoi stakeholder. Credo che anche al governo faranno di tutto per evitare il commissariamento e un conseguente contenzioso internazionale. Quindi, nella giornata di oggi in particolare, aspettiamoci qualche colpo di scena. I Mittal ieri hanno anche proposto di cedere le proprie azioni rimanenti direttamente a Invitalia o a un altro investitore gradito al governo. Invitalia non è però disposta ad acquisire la quota di Arcelor Mittal. Io credo che sarà trovata una soluzione – magari con un impegno a liquidare le quote rimanenti dei Mittal entro qualche anno – e che la grande multinazionale dell’acciaio uscirà di scena. Non è infatti auspicabile un contenzioso internazionale, né per i Mittal né per Stato italiano.

 

Il rapporto con i Mittal era iniziato nel migliore dei modi, anche le Parti sociali guardavano con soddisfazione all’inserimento del grande player franco-indiano. Cos’ha determinato questo insuccesso?

 

Arcelor Mittal è una delle aziende più importanti del mondo nel settore della siderurgia che, peraltro, in Francia sta destinando – insieme al governo transalpino – 1,8 miliardi di euro per la riduzione delle emissioni di CO2 dalla produzione dello stabilimento siderurgico di Dunkerque. Questo dovrebbe dirci che forse in Italia qualcosa non ha funzionato nel raccordo pubblico-privato, nel rapporto tra Mittal e il nostro sistema. Inizialmente, i progetti di Mittal erano molto seri, ci voleva anche un po’ più di pazienza sul versante giudiziario. La multinazionale franco-indiana era pronta a un maxi-investimento da 5 miliardi di euro e a una seria operazione di risanamento ambientale che, per un paio d’anni, secondo le autorità competenti si è svolta regolarmente. Tuttavia, tra il 2018 e il 2019 i Mittal si sono resi conto che il compito che spettava loro era più complicato di quello che pensavano. Da qui l’avvio di un contenzioso con il governo italiano – guidato da Giuseppe Conte – anche per la folle revoca dello scudo penale che ha permesso ai Mittal di rivedere e ridefinire il proprio ruolo, alleggerendo completamente i loro impegni. Nel mentre, venivano riscritti gli accordi tra governo (Invitalia) e Arcelor Mittal che portavano alla nascita di Acciaierie d’Italia. La scellerata gestione di questa fase – che ha compromesso il destino dell’ex Ilva – è stata ricordata di recente sia dal Segretario generale di Fim Cisl Roberto Benaglia sia dal Presidente di Federacciai Antonio Gozzi, che ha parlato dei “tragici errori” del governo Conte. Oggi la ex Ilva si sta lentamente spegnendo. Più che un insuccesso, si tratta del fallimento di un progetto industriale, anche per le responsabilità della politica.

 

Perché diceva prima che i Mittal si sono resi conto che il compito che spettava loro era più complicato di quello che pensavano?

 

A dicembre 2019, i Mittal allontanavano l’ingegner Sergio Palmisano, dirigente responsabile del settore “salute e sicurezza”, perché non avevano gradito che lui avesse detto ai pm di Milano che “i conti della fabbrica non andavano bene perché non si riusciva a smaltire la ghisa prodotta”. L’azienda non ha mai smentito questa ricostruzione e questo elemento denota qualcosa che non ha funzionato all’interno della catena produttiva. Consideriamo anche che, soltanto dodici mesi dopo gli accordi, l’organico è stato praticamente dimezzato. L’impressione è che Mittal non conoscesse a fondo l’impianto di Taranto.

 

Perché, secondo lei, si tratta del fallimento di un progetto industriale?

 

Intanto, perché, come ho appena detto a me pare evidente che il principale problema che i Mittal hanno avuto sia stato di natura industriale: non hanno saputo far funzionare la grande fabbrica di Taranto. Poi, questo non significa che sia del tutto colpa loro, dicevo anche che stiamo parlando di chi nel settore è leader nel mondo. Il problema è che questa joint venture con Invitalia non ha funzionato, tanto che anche lo stesso Franco Bernabè è finito col dare le dimissioni. Si è arreso, anche, forse l’uomo migliore che potevamo indicare per questa sfida, certo compromessa dalla mala gestione del caso da parte della politica. E, in ultimo, credo sia questa la fine dell’acciaio a carbone. Credo, a tal proposito, che l’evoluzione della ex Ilva sia certamente nella prospettiva dell’acciaio verde. Anche perché, mi pare difficile che il governo possa presentare un nuovo player (o una cordata) che non mandi, in particolare alla città di Taranto, un messaggio di discontinuità. Peraltro, che al governo abbiano come obiettivo la decarbonizzazione pare evidente dalle parole di qualche giorno fa del sottosegretario al Mimit Massimo Bitonci: “La situazione è molto delicata. Dopo la soluzione con i Mittal inizierà un percorso con cambio del management e un piano industriale che porterà alla decarbonizzazione”.

 

Chi a questo punto potrebbe subentrare ad Arcelor Mittal e avviare una produzione decarbonizzata di acciaio?

 

In questo momento circola insistentemente il nome di Arvedi, che naturalmente è un nome importante e costituirebbe un’ottima soluzione per la produzione di acciaio verde, con forni elettrici. Tuttavia, credo che in Italia vi siano anche altri player – penso a Duferco per esempio – che possano essere papabili per affiancare Invitalia nel nuovo e ultimo tentativo di rilanciare la ex Ilva. La vera variabile è la loro disponibilità davanti a un’impresa che oggi si presenta molto difficile. Credo che il governo debba impegnarsi a fondo per renderla conveniente per il nuovo partner privato, senza il quale non sarà possibile alcuna restart.

 

di Pierluigi Mele

 

Fonte https://www.rainews.it/articoli/2024/01/ex-ilva-acciaierie-d-italia-e-il-fallimento-di-un-progetto-industriale-7731edc9-83f1-4c48-a4c6-6bd9780051d2.html